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+3">(Raffaella Mamotti)

 

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A………. COME AMORE…….
(STORIELLA NORVEGESE)

Una coppia di contadini abitava in una piccola fattoria isolata in mezzo alle montagne. Il marito era un brav’uomo e sua moglie lo amava teneramente.
Un notte il temporale distrusse il tetto della loro fattoria. Per ripararlo, decisero di comune accordo di vendere il loro unico asino.
Il mattino dopo, il contadino si mise in cammino insieme all’animale. A metà strada incontrò un uomo, che, come lui, stava andando al mercato per vendere il suo cavallo.
Lo straniero gli propose di scambiare il cavallo con l’asino.
- Perché no? – disse il contadino. – Un cavallo è molto utile in campagna; con il suo aiuto potrei far rendere meglio il mio campo e guadagnare così il denaro necessario per riparare il tetto.
Perciò diede il suo asino allo sconosciuto, si prese il cavallo e tornò verso casa.
Ma mentre camminava si accorse che l’animale inciampava spesso, e a un tratto si rese conto che il cavallo era cieco.
- Povera bestia, - disse accarezzandolo dolcemente, - dev’essere faticoso camminare su questa strada sassosa senza vedere niente!
Condusse il cavallo verso il bordo del sentiero, perché potesse mangiare un po’ d’erba, e intinto si sedette a pensare che cosa conveniva fare.
Dopo un po’ gli si avvicinò un uomo che trascinava una mucca.
-Che bella bestia, - disse guardando il cavallo. - Sì, ma è cieco. - Mi serve proprio un cavallo per dei lavoretti semplici, - rispose l’uomo, - e questo potrebbe fare al caso mio, anche se è cieco. Lo scambierei volentieri con la mia mucca.
L’affare fu concluso e il contadino si rimise in viaggio. Ma dopo un po’, vedendo che la mucca avanzava molto lentamente, si accorse che una zampa anteriore era più corta delle altre.
In quel momento gli si avvicinò un uomo con in braccio una capretta, e gli chiese perché aveva quell’aria così preoccupata.
- Ho appena acquistato questa mucca, - spiegò il contadino, - e ho scoperto adesso che è zoppa. Il viaggio è ancora lungo; questa povera bestia soffrirà a camminare tanto!
- E’ da tempo che ho bisogno di una mucca, - disse lo sconosciuto, - Prendi la mia capra. Laggiù ci sono le prime case del mio villaggio. La mucca non dovrà camminare molto.
Il contadino accettò e riprese la marcia con la capretta in braccio. Dopo un po’, stanco per il peso, appoggiò la capra a terra; ma quella, tremante, aveva appena la forza di reggersi in piedi.
- Povera capretta, - esclamò il contadino, - tu sei malata! E vedendo una fattoria poco lontana, andò a cercare aiuto. La contadina esaminò l’animale. – So di che malattia si tratta, - gli disse. – Posso guarirla, ma dovrebbe restare qui per qualche giorno.
- Casa mia è molto lontana, - le rispose il contadino. – Non posso né aspettare né tornare.
- Allora prenditi questo gallo, e io mi terrò la capra.
Nel frattempo si era fatto mezzogiorno e il sole brillava alto nel cielo. Il contadino cominciò a sentire fame, ma non aveva il becco di un quattrino. Così al villaggio successivo vendete il gallo per una moneta con la quale comprò un sacco di roba da mangiare.
Pregustando il banchetto che stava per fare, si sedette all’ombra di un albero. Quando stava per mangiare il primo boccone, sobbalzò nel sentire una voce dietro di lui.
- Pietà, brav’uomo. Non mangio da giorni, e non so se mangerò neanche domani. Il contadino si girò e vide un vecchio mendicante appoggiato all’albero. Senza esitare un istante, fece sedere il vecchio e gli posò davanti il cesto pieno. Lo guardò felice che si saziava e riprese a cuor leggero il cammino verso casa.
Sua moglie lo aspettava sulla porta. Dopo averla abbracciata teneramente, le raccontò tutto quello che era successo.
- Bè, - cominciò, - non ho venduto l’asino perché l’ho scambiato con un cavallo. - Con un cavallo? Che magnifica idea! – gli rispose la moglie. – Ci sarà utile per lavorare il campo.
- Aspetta, - la interruppe il contadino. – Cammin facendo , ho scambiato il cavallo con una mucca.
- Ottimo: una buona mucca ci darà del latte fresco ogni mattina.
- Si’, - continuò lui, - ma non ho più la mucca perché l’ho scambiata con una capra.
- Hai fatto benissimo. Il latte di capra è ancora più nutriente; potrò fare tanti formaggi diversi.
- Ma non ho più neanche la capra; al suo posto ho preso un gallo.
- Bravo! Il gallo canterà tutte le mattine al levar del sole.
- Ascolta, - disse allora l’uomo. – Non ho più neppure il gallo. Avevo fame e l’ho venduto per una moneta e mi sono comprato da mangiare.
- Hai fatto bene. Ero così preoccupata per te pensando che eri senza cibo! La strada è lunga, devi essere stanco.
- Aspetta, - aggiunse lui. – Avevo cominciato a mangiare quando è arrivato un mendicante affamato. Così gli ho regalato tutto il cibo che avevo, e sono tornato a casa.
- Non avresti potuto agire meglio, - rispose la moglie abbracciandolo. – Sono felice di avere un marito come te! Entra che ti preparo qualcosa da mangiare. Devi avere una fame da lupo!
Il mattino dopo, l’uomo si alzò per mettersi al lavoro. Aprì la porta di casa…e quale non fu la sua sorpresa nel vedere un bell’asino, un cavallo che ci vedeva benissimo, una mucca con le zampe lunghe uguali, una capretta sana come un pesce e un magnifico gallo!
In mezzo all’aia, un raggio di sole faceva brillare una moneta d’argento.
Chiamò sua moglie, che sorrise vedendo quello spettacolo, lo abbracciò e disse: - Ma dimmi, chi era il mendicante a cui hai dato da mangiare?

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“Seminare…seminare…con il gusto della semina,
indipendente da chi e quando penserà al raccolto”.
(Geppy Sferra)

“La persona che parte non è mai la stessa persona che torna”.
“Non è importante il cosa si sta vivendo, ma il come lo si sceglie di
vivere”.

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BARZELLETTA CONIUGALE

Due coniugi decidono di trascorrere la festa del loro venticinquesimo di nozze nel medesimo hotel delle isole caraibiche dove avevano fatto la prima luna di miele…
La moglie, però, non poteva partire insieme al marito…lo avrebbe raggiunto pochi giorni dopo.
Il marito, giunto nell’hotel e vedendo che la camera era dotata anche di un computer, pensò bene di scrivere due parole alla moglie per rassicurarla del suo arrivo. …ma nell’inviare la E. mail sbagliò una lettera dell’indirizzo e la e. mail finì nel computer di una vedova che era appena rientrata dal funerale del marito e si era messa a leggere le e. mail di condoglianze.
Il figlio della vedova. rientrando a casa, trova la mamma a terra svenuta davanti alla scrivania…e si rendo conto del perché…Ecco la mail che la mamma stava leggendo:

Cara sposa, sono arrivato bene. Forse ti meraviglierai di ricevere mie notizie per via elettronica, ma adesso, anche qui, hanno il computer.
Appena arrivato mi sono premurato di controllare che fosse tutto pronto per te…che arriverai venerdì prossimo.
Non vedo l’ora di riabbracciarti e spero che il tuo viaggio sia tranquillo come è stato il mio.

P.S. Vedi di non portare molti vestiti. Qui fa un caldo infernale

Tuo amato sposo

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ABIGAIL E GREGOR

C’era una volta una ragazza di nome Abigail che viveva presso il fiume Alligatore, dimora di numerosi coccodrilli. Gregor, il suo ragazzo, viveva al di là del fiume. Entrambi si amavano profondamente e si struggevano dal desiderio di rivedersi. Sfortunatamente, infatti, un temporale aveva distrutto il ponticello del fiume e per i due era diventato difficile incontrarsi. Abigail si sentiva morire di nostalgia, pertanto andò a trovare Sindbad il pescatore, che possedeva l’unica barca della regione. Abigail gli illustrò la situazione e lo pregò di condurla al di là del fiume. Sindbad si dichiarò disposto ad aiutarla, a patto però che lei, Abigail, andasse prima a letto con lui. La ragazza rimase scandalizzata da una simile proposta, per il semplice fatto che non era innamorata di Sindbad e dunque non voleva andare a letto con lui. Rifiutò allora le pretese di Sindbad e andò via, in cerca di qualcun altro che potesse aiutarla. La ragazza chiese aiuto a molte persone, ma nessuno fu un grado di risolvere il suo problema. Delusa, Abigail tornò a casa da sua madre e le raccontò dei suoi inutili sforzi e della proposta di Sindbad, pregandola di consigliarla. La madre rispose: “Vedi, Abigail, ormai sei cresciuta. Devi sapere da sola cosa vuoi fare e da sola prendere le tue decisioni.” Dopo aver parlato, la madre si alzò per dedicarsi alle proprie faccende. Abigail riflettè a lungo e alla fine decise di accettare la proposta di Sindbad pur di rivedere Gregor, e passò la notte con il pescatore. Questi mantenne la promessa, e il mattino seguente condusse la ragazza all’altra riva del fiume. Dopo aver trascorso delle ore felici con Gregor, Abigail sentì il bisogno di raccontargli cosa era accaduto. Ascoltata la storia, Gregor andò su tutte le furie: “Cosa?! Non posso credere che tu abbia fatto questo! Sei andata a letto con Sindbad! E’ finita tra noi! Dimentichiamoci l’uno dell’altra! Non voglio avere più niente a che fare con te!” Disperata, Abigail se ne andò. Mentre piangeva, si imbattè in un giovane di nome Slug; col capo sulla sua spalla, Abigail gli confidò il proprio dolore. Slug ascoltò pieno di indignazione e si recò quindi da Gregor per picchiarlo. Abigail lo seguì, restò a guardare da lontano e cominciò a ridere.

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continua .......... sotto

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UN ANEDDOTO DI MADRE TERESA…

“Alcune persone vennero a trovarmi a Calcutta e, prima di partire, mi pregarono:
- Ci dica qualcosa che ci aiuti a vivere meglio - .
Ed io dissi loro:
- Sorridete gli uni agli altri; sorridete a vostra moglie, a vostro marito, ai vostri figli, sorridetevi a vicenda; poco importa chi sia quello a cui sorridete; questo vi aiuterà a vivere meglio e a crescere nell’amore reciproco - .
Allora uno di quelli mi domandò: - Scusi, lei è sposata? -.
- Sì, risposi, e qualche volta trovo difficile sorridere a Lui - .
Ed è vero. Anche Gesù può essere molto esigente ed è proprio quando Egli è così esigente che è molto bello rispondergli con un grande sorriso.

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Non Giudicare

NON GIUDICARE.
DOVE TU VIVI E’ SOLTANTO UN PICCOLO ANGOLO DI TERRA.
PER QUANTO GIUNGANO LONTANO I TUOI OCCHI,
ESSI RACCHIUDONO POCO.
AL POCO CHE ODI AGGIUNGI LA TUA VOCE.
CON CURA TU CONSERVI DA PARTE
BENE E MALE, NERO E BIANCO.
INVANO TU TRACCI UNA LINEA PER SEGNARE UN LIMITE…
CHE IMPORTA CHE ALCUNI UOMINI SIANO BUONI E ALTRI NON LO SIANO?
SONO TUTTI VIAGGIATORI SULLA MEDESIMA STRADA…
NON GIUDICARE.
AHIME’ …IL TEMPO VOLA…
E OGNI DISCUSSIONE E’ VANA…

Tagore

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CREDO CHE ...

 

Credo che tutto avvenga
per la mia salvezza.
Quindi tutto ciò che accade
è buono.
Meglio, il Signore è buono
sempre con me..
E se a volte mi tocca di soffrire,
è quello di cui ho bisogno
in quel momento.
Se il Signore permette
situazioni spiacevoli,
è perché solo in quel modo
può correggere il mio cammino.
Signore, sia fatta la tua volontà.

(Cristina, 17.10.2004)

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SIGNORE, insegnami a invecchiare, convincimi che la comunità non compie alcun torto verso di me se mi va esonerando da responsabilità, se non mi chiede più consigli , se non mi confida più i suoi progetti, le sue gioie, le sue pene, se va indicando altri a sostituirmi, se mi va emarginando. Fa’ che io accolga, in questo graduale amaro distacco, la legge del tempo, del tempo da te stabilita ed avverta in questo avvicendamento dei compiti, una delle espressioni più interessanti della vita che si rinnova sotto l’impulso della tua Provvidenza. Fa’, o Signore, che io riesca ad essere ancora utile ed umile esempio al mondo in rapido rinnovamento, con la preghiera e la gioia serena, che incoraggi all’impegno chi è di turno nelle responsabilità, vivendo senza rimpianti in un sereno stile comprensivo con tutti, facendo delle mie umane e senili sofferenze, un dono a Dio di riparazione sociale. Concedimi infine, o Signore, che la mia uscita dal campo d’azione e da questo terreno esilio sia semplice e naturale come un sereno tramonto del giorno. Grazie. Amen.

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          SE TORNASSI A VIVERE…

Qualcuno mi ha chiesto giorni fa se, potendo rinascere, avrei vissuto la vita in maniera diversa. Lì per lì ho risposto di no, poi ho ripensato un po’ su e…
Potendo rivivere la mia vita, avrei parlato di meno e ascoltato di più.
Non avrei rinunciato ad invitare a cena gli amici soltanto perché il mio tappeto aveva qualche macchia e la fodera del divano era stinta.
Avrei trovato il tempo di ascoltare il nonno quando rievocava gli anni della sua giovinezza.
Non avrei mai preteso, in un giorno d’estate, che i finestrini della macchina fossero alzati perché avevo appena fatta la messa in piega.
Non avrei lasciato che la candela a forma di rosa si sciogliesse, dimenticata, nello sgabuzzino. L’avrei consumata io, a forza di accenderla
Mi sarei stesa sul prato con i bambini senza badare alle macchie d’erba sui vestiti.
Avrei pianto e riso di meno guardando la televisione e di più osservando la vita.
Avrei condiviso maggiormente le responsabilità di mio marito.
Mi sarei messa a letto quando stavo male, invece di andare febbricitante al lavoro quasi che, mancando io dall’ufficio, il mondo si sarebbe fermato.
Invece di non vedere l’ora che finissero i nove mesi di gravidanza, ne avrei amato ogni attimo, consapevole del fatto che la stupenda cosa che mi viveva dentro era la mia unica occasione di collaborare con Dio alla realizzazione di un miracolo.
                                                                                                             (Erma Bombeck)

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TRASFORMARE LA RABBIA IN ENERGIA ...

“Ho imparato, mediante amare esperienze,una lezione suprema: a preservare la mia rabbia; e, come il calore che non si disperde si converte in energia, così la nostra rabbia dominata può trasformarsi in una forza capace di muovere il mondo” (Gandhi)
  
   “Dobbiamo porre in atto ogni giorno la legge della vita. Sia che incontriamo un uomo fallito, sia che ci confrontiamo con un avversario, dobbiamo conquistarlo con l’amore. In questo modo così semplice, per non dire semplicista, ho messo in atto questa legge della mia vita” Gandhi)
(Vale in generale per il controllo delle pulsioni)

 

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FEDELTA'

   A mezzanotte l’aspirante asceta annunciò:
questo è il tempo di lasciare la mia casa e andare
in cerca di Dio. Ah, chi mi trattenne tanto a lungo
in questa illusione?
   Dio sussurrò: “Io” – ma l’uomo aveva le orecchie
turate.
   Con un bimbo addormentato al suo seno,
sua moglie dormiva placidamente su un lato del
letto.
   L’uomo disse: “Chi siete voi che mi avete ingannato
per tanto tempo?”
   Ancora la voce mormorò: “Essi sono Dio” – ma
egli non intese.
   Il bimbo pianse nel sonno e si strinse accanto
alla madre.
   Dio comandò: “Fermati, sciocco, non abbandonare
la tua casa” – ma egli ancora non udì.
   Dio disse tristemente sospirando: “Perché il mio
servo mi abbandona, per andare in cerca di me?”

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STORIELLA

C’erano una volta un uomo perfetto e una donna perfetta. Si incontrarono e, siccome la loro relazione era perfetta, si sposarono. Il matrimonio fu semplicemente perfetto.
E anche la loro vita insieme era ovviamente perfetta. In una notte di Natale buia e tempestosa, l’uomo perfetto e la donna perfetta stavano viaggiando in macchina su una strada molto tortuosa, quando all’improvviso notarono al lato della strada un uomo che aveva evidentemente problemi con il suo mezzo di trasporto.
Siccome erano una coppia perfetta, si fermarono per aiutarlo. L’uomo era Babbo Natale e aveva un enorme sacco pieno di regali. Siccome non volevano deludere tutti i bambini del mondo la sera di Natale, l’uomo perfetto e la donna perfetta si offrirono di accompagnare Babbo Natale con la loro auto e presto si trovarono a distribuire i regali.
Purtroppo le condizioni della strada e del tempo continuarono a peggiorare, finchè l’uomo perfetto, la donna perfetta e Babbo Natale ebbero un incidente. Solo uno di loro riuscì a sopravvivere. Quale dei tre?

LA RISPOSTA E’ LA SEGUENTE: la donna perfetta è l’unica che si salva: era l’unico personaggio “reale”, perché Babbo Natale non esiste e neanche un uomo perfetto esiste.

PER LE DONNE LA STORIA FINISCE QUI: NON LEGGANO OLTRE.

GLI UOMINI POSSONO LEGGERE OLTRE.:

Se Babbo Natale e l’uomo perfetto non esistono, vuol dire che al volante c’era la donna perfetta.
Questo spiega perché c’è stato l’incidente…TRA L’ALTRO, SE SEI UNA DONNA E STAI LEGGENDO, ABBIAMO PROVA ANCHE DI QUALCOS’ALTRO: che le donne non fanno mai quello che gli si dice.

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La via del cambio

Per anni sono stato un nevrotico. Ero ansioso, depresso ed egoista.
E tutti continuavano a dirmi di cambiare. E tutti continuavano a dirmi
quanto fossi nevrotico.
E io mi risentivo con loro, ed ero d’accordo con loro, e volevo cambiare,
ma non ci riuscivo, per quanto mi sforzassi.
Ciò che mi faceva più male era che anche il mio migliore amico
continuava a dirmi quanto fossi nevrotico.
Anche lui continuava a insistere che cambiassi.
Ed io ero d’accordo anche con lui, e non riuscivo ad avercela con lui.
E mi sentivo così impotente e intrappolato.
Poi, un giorno, mi disse: “Non cambiare. Rimani come sei. Non importa
se cambi o no. Io ti amo così come sei; non posso fare a meno di amarti”.
Quelle parole suonarono come una musica per le mie orecchie:
“Non cambiare, non cambiare, non cambiare…Ti amo”.
E, oh meraviglia delle meraviglie, cambiai

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MAOMETTO E…… I  PADRI DEL DESERTO

Maometto affermava che “tre cose nella vita dell’uomo sono distruttive del benessere interiore”:
    - a v i d i t à
    - i r a
    - p r e s u n z i o n e

Questa affermazione trova però un precedente corrispettivo negli insegnamenti spirituali-psicologici dei Padri del deserto,  vissuti ovviamente prima di Maometto.
In particolare Evagrio Pontico (IV sec. d.C.), facendo riferimento alla filosofia greca  che distingueva tre parti dell’anima:
    - c o n c u p i s c i b i l e
    - i r a s c i b i l e
    - r a z i o n a l e
faceva corrispondere ad ognuna di queste tre parti alcuni vizi potenziali. Si dicono potenziali perché nascono come inclinazioni allo stato neutro che, non riconosciute e governate, si possono trasformare nei vizi capitali  (che inizialmente erano appunto 9).

   Per l’anima concupiscibile (l’avidità di Maometto) l’inclinazione è verso se stesso o altro da piegare a sè e si esplica nei confronti del:
    - cibo (GOLA)
    - sesso (LUSSURIA)
    - beni (AVARIZIA)

   Per l’anima irascibile (l’ira di Maometto) l’inclinazione è contro se stesso o altro e si esplica nei confronti di:
    - di sé (TRISTEZZA)
    - degli altri (IRA)
    - della vita (ACCIDIA)

   Per l’anima razionale  (la presunzione di Maometto) l’inclinazione è di supervalutazione di sé e si esplica nei confronti di sé:
    - di sé (VANAGLORIA)
    - degli altri (INVIDIA)
    - della vita (SUPERBIA)

   La conoscenza  di tali dinamiche spirituali consente un approccio consulenziale e psicoterapeutico corretto e puntuale.

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F R A T E R N I T A’

Un giorno camminando in montagna ho visto da lontano una bestia.
Avvicinandomi mi sono accorto che era un uomo.
Giungendo di fronte a lui ho visto che era mio fratello.

UN GIORNO LA FAMIGLIA SCENDEVA ...

Da Gerusalemme, la città posta sul monte, la sposa del gran re – la famiglia – scendeva verso Gerico, nella pianura del gran lago salato, sotto il livello del mare. Scendeva per le vie tortuose e impervie della Storia, quando, ad una svolta della strada, incontrò i Tempi Moderni. Non erano di natura loro briganti, non peggio comunque di tanti altri tempi, ma si accanirono subito contro la famiglia, non trovando di loro gradimento la sua pace, che rispecchiava ancora la luce della città di Dio. Le rubarono prima di tutto la fede, che bene o male aveva conservato fino a quel momento come un fuoco acceso sotto la cenere dei secoli. Poi la spogliarono dell’unità e della fedeltà, della gioia dei figli e di ogni fecondità generosa. Le tolsero infine la serenità del colloquio domestico, la solidarietà con il vicinato e l’ospitalità sacra per i viandanti e i dispersi. La lasciarono così semiviva sull’orlo della strada e se ne andarono a banchettare con il Materialismo, l’Edonismo, l’Individualismo, il Consumismo, ridendo tutti assieme della sorte sventurata della famiglia.
Il buon samaritano
Passò per quella strada un sociologo, vide la famiglia sull’orlo della strada, la studiò a lungo e disse: “Ormai è morta”.
Le venne accanto uno psicologo e sentenziò: “L’istituzione familiare era oppressiva. Meglio che sia finita!”. La trovò infine un prete e si mise a sgridarla: “Perché non hai resistito ai ladroni? Dovevi combattere di più. Eri forse d’accordo con chi ti calpestava?”.
Passò, poco dopo, il Signore, ne ebbe compassione e si chinò su di lei a curarne le ferite, versandovi sopra l’olio della sua tenerezza e il vino del suo sdegno. Poi, caricatala sulle sue spalle, la portò alla Chiesa e gliela affidò dicendo: “Ho già pagato per lei tutti quello che c’era da pagare. L’ho comprata con il mio sangue e voglio farne la mia prima piccola sposa. Non lasciarla più sola sulla strada, in balia dei Tempi. Ristorala con la mia Parola e il mio Pane. Al mio ritorno ti chiederò conto di lei”.
Una lampada alla finestra
Quando si riebbe, la famiglia ricordò il volto del Signore chino su di essa. Assaporò la gioia di quell’amore e si chiese: “Come ricambierò per la salvezza che mi è stata donata?”.
Guarita dalle sue divisioni, dalla sua solitudine egoista, si propose di tornare per le strade del mondo a guarire le ferite del mondo. Si sarebbe essa pure fermata accanto a tutti i malcapitati della vita per assisterli e dire loro che c’è sempre un Amore vicino a chi soffre, a chi è solo, a chi è disprezzato, a chi si disprezza da se stesso avendo dilapidato tutta la propria umana dignità.
Alla finestra della sua casa avrebbe messo una lampada e l’avrebbe tenuta sempre accesa, come segno per gli sbandati della notte. La sua porta sarebbe rimasta sempre aperta, per gli amici e per gli sconosciuti: perché chiunque – affamato, assetato, stanco, disperso – potesse entrare e riposare, sedendo alla piccola mensa della fraternità universale.

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C'ERA UNA VOLTA UN RAGAZZO

C’era una volta un ragazzo con un pessimo carattere. Suo padre un giorno gli da un sacchetto di chiodi e gli dice di piantarne uno nella palizzata del giardino ogni volta che perde la pazienza e/o bisticcia con qualcuno.
Il primo giorno ne pianta 37. Le settimane seguenti, impara a controllarsi e il numero dei chiodi piantati diminuisce di giorno in giorno.
Finalmente arriva il giorno in cui il ragazzo non pianta nessun chiodo nella palizzata. Allora va dal padre e gli comunica la bella notizia.
Suo padre allora gli da il nuovo compito di levare un chiodo dalla palizzata per ogni giorno che riesce a non perdere la pazienza…
I giorni passano e finalmente il ragazzo può dire al padre che ha levato tutti i chiodi dalla palizzata.
Il padre conduce allora il figlio davanti alla palizzata e gli dice: “Figliolo, ti sei comportato bene, ma guarda quanti buchi hai lasciato nella palizzata. Non sarà mai più come prima” Quando litighi con qualcuno e gli dici delle cose cattive, gli lasci delle ferite come queste. Puoi infilzare un uomo con un coltello, e poi toglierlo, ma lascerai sempre la ferita. Una ferita verbale fa altrettanto male di una ferita fisica

UNA PAROLA E’ MORTA QUANDO VIENE DETTA , DICONO ALCUNI. IO DICO CHE COMINCIA A VIVERE SOLTANTO ALLORA” (Emily Dickinson)

(Può servire sempre in funzione di controllo positivo delle pulsioni)

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IL CALABRONE VOLA…. (in barba ai pensieri)

Secondo alcuni autorevoli testi di tecnica aeronautica,
il calabrone non può volare
a causa della forma e del peso del proprio corpo
in rapporto alla superficie alare…
Ma il calabrone non lo sa e perciò continua a volare…
(Igor Sikorsky) a causa della forma e del peso del proprio corpo in rapporto alla superficie alare… Ma il calabrone non lo sa e perciò continua a volare…

(Igor Sikorsky)

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PREGHIERA ANTI STRESS

CALMAMI, SIGNORE…

Attenua i battiti del mio cuore acquietando la mia mente.
Calma la mia andatura frettolosa con la visione del tempo che sfocia nell’eternità.
Dammi, nella confusione della giornata, la tranquillità dei colli eterni.
Spezza le tensioni dei miei nervi e dei miei muscoli con la dolce musica dei ruscelli mormoranti, che vive nel mio ricordo.
Aiutami ad assaporare il magico potere ristoratore del sonno.
Insegnami l’arte di concedermi alcuni minuti di riposo, di fermarmi a guardare un fiore,
a scambiare due parole con un amico, ad accarezzare un cagnolino, a leggere alcune righe di un buon libro.
Calmami, Signore, e ispirami come affondare le radici nel terreno dei valori stabili della vita,
affinché io mi innalzi verso le stelle del mio alto destino.

 

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CONCENTRAZIONE E COMPASSIONE
(per ben ascoltare e aiutare)

Un giovane che aveva gravi problemi si presentò un giorno in un monastero e chiese di parlare con l’abate. “La vita è per me un peso insopportabile”, gli dichiarò. “Quando mi alzo la mattina, mi chiedo perché lo faccio; ogni giorno è una sofferenza; non so più a chi rivolgermi. Ho sentito dire che il buddismo promette la liberazione dal dolore, già qui in questa vita. Ma io non sono capace di lunghi sforzi: non potrei passare anni a meditare o a fare sacrifici. Avrei bisogno di un metodo semplice e immediato, di una via breve: Mi sapete dire se esiste?”
L’abate gli domandò: “Che cosa sai fare?”. “Non so fare niente e non sono nemmeno capace di studiare”. “Ma c’è qualcosa che ti piace fare?” “Soltanto una cosa: giocare a scacchi”.
L’abate ordinò che gli venissero portate una scacchiera e una spada. Poi mandò a chiamare un monaco. “Tu mi hai giurato obbedienza”, gli disse. “Ora devi mantenere il tuo voto. Giocherai una partita a scacchi con questo giovane. Ma, bada bene: se perderai, ti taglierò la testa con questa spada. Se invece sarà lui a perdere, taglierò la sua testa. Vi prometto, comunque, che chi morirà raggiungerà in quel momento l’illuminazione”.
I due giovani fissarono pallidi l’abate e capirono che non stava scherzando. Ma non se la sentirono di tirarsi in dietro: erano infatti lì per quel motivo: per raggiungere l’illuminazione e, con essa, la liberazione da ogni sofferenza. E sapevano di dover rischiare ogni cosa, anche la vita. Così acconsentirono e incominciarono a giocare.
Entrambi si concentrarono come non avevano mai fatto: le loro gocce di sudore cadevano sulla scacchiera, che ormai rappresentava tutta loro vita, tutto il loro mondo. Vincere o morire: non c’era una terza possibilità.
L’abate li osservava impassibile, con la spada in mano.
Il giovane si trovò dapprima in svantaggio, ma poi il monaco fece una mossa sbagliata, che in breve lo mise in difficoltà. “La vittoria non può più sfuggirmi” pensò il giovane. E si mise a guardare l’avversario. Vide che aveva solo qualche anni più di lui, notò l’espressione seria e capì che doveva aver trascorso anni in quel monastero, sottoponendosi a prove e sacrifici. Certo, anche l’altro sentiva la sofferenza della vita e voleva liberarsene; e si era, per questo, impegnato con tutte le sue forze. Che differenza c’era fra loro? Nessuna; solo che lui, il monaco, si era impegnato di più. Ma ora stava perdendo a quel gioco, e sarebbe morto.
Il giovane, a questo punto, provò una grande compassione per il suo avversario e non desiderò più vincere. Compì una serie di errori deliberati, finchè fu vicino alla sconfitta definitiva, allo scacco matto.
A quel punto l’abate si alzò, sollevò in alto la spada e l’abbattè….non sul collo del giovane, ma sulla scacchiera, che andò in frantumi.
“Non c’è né vinto, né vincitore”, dichiarò. “E quindi non taglierò la testa di nessuno”. Poi, rivolto al giovane, aggiunse:”Due sole cose sono necessarie: la concentrazione e la compassione. Tu oggi le hai esperimentate entrambe. Eri completamente concentrato nel gioco e, in quella concentrazione hai potuto sentire compassione per il tuo avversario. Questa è la via che cerchi”.

(fonte sconosciuta)

TRASFORMARE LA RABBIA IN ENERGIA

“Ho imparato, mediante amare esperienze,una lezione suprema: a preservare la mia rabbia; e, come il calore che non si disperde si converte in energia, così la nostra rabbia dominata può trasformarsi in una forza capace di muovere il mondo” (Gandhi)

“Dobbiamo porre in atto ogni giorno la legge della vita. Sia che incontriamo un uomo fallito, sia che ci confrontiamo con un avversario, dobbiamo conquistarlo con l’amore. In questo modo così semplice, per non dire semplicista, ho messo in atto questa legge della mia vita” Gandhi)

LA TIGRE

C’era una volta una tigre. L’avevano catturata e messa in gabbia. Un guardiano ebbe l’incarico di nutrirla e sorvegliarla. Il guardiano voleva farsela amica e le faceva bei discorsi avvicinandosi alla gabbia. Ma la tigre lo osservava ostilmente coi suoi verdi occhi ardenti. Seguiva ogni movimento del guardiano, pronta a balzare. Allora il guardiano ebbe paura e pregò Dio di ammansire la tigre. Una sera - il guardiano era già andato a dormire – una bambina si avvicinò troppo alle sbarre della gabbia. La tigre la raggiunse coi suoi artigli. Un colpo, un grido. Quando arrivò il guardiano, non trovò che un corpo dilaniato e sangue. Così il guardiano seppe che Dio non aveva ammansito la tigre e la sua paura crebbe. Egli spinse allora la tigre in una tana oscura in cui non arrivava nessuno. Ma ora la tigre ruggiva giorno e notte. Il suo ruggito non lasciava più riposo al guardiano. Gli ricordava la sua colpa. In sogno vedeva sempre la bambina dilaniata. Nella sua angoscia levò un grido. Pregò Dio che facesse morire la tigre. Dio rispose. Ma la sua risposta fu diversa da quella che il guardiano si sarebbe aspettato. Dio disse: “”Fa’ entrare la tigre nella tua casa, nella tua abitazione, nella tua stanza più bella!” Il guardiano non aveva più paura della morte, ormai. Avrebbe anzi preferito morire piuttosto che continuare a sentire i ruggiti della tigre. Quindi obbedì. Aprì la porta alla tigre e pregò: “Sia fatta la tua volontà”. La tigre entrò e rimase tranquilla. A lungo si guardarono negli occhi. Quando la tigre si avvide che il guardiano non aveva paura e la sua respirazione era regolare, gli si sdraiò ai piedi. Cominciò così. Ma di notte la tigre ruggì di nuovo, e il guardiano ebbe paura. Dovette aprirle di nuovo la porta, farle fronte. Di nuovo dovette guardarla negli occhi. Così sempre. Ogni giorno. Mai la poté domare per sempre, ‘una volta per tutte’. Doveva sempre vincerla di nuovo. Ogni giorno la prova di coraggio si ripeteva. Dopo anni la tigre e il guardiano divennero buoni amici. Il guardiano poteva accarezzare la tigre, metterle la mano tra i denti. Ma non doveva abbandonarla con gli occhi. Quando si guardavano, si riconoscevano e sapevano d’essere inseparabili, di aver bisogno uno dell’altro per una vita più completa , e ne erano grati.
(A proposito di sessualità da non temere, ma da riconoscere come dono)

 

gigi avanti

 

 
TU RAGAZZO ...
 
     
 

Tu, ragazzo, mi dici
che bisogna pure divertirsi,
godere ed essere contenti.
Ma l’amore non è un gioco,
io non sono il tuo giocattolo
e neanche tu lo sei per me.
E se credo che il piacere
non è un frutto proibito,
so pure che il frutto deve essere maturo
prima di essere colto,
e che non bisogna rubare
nel frutteto altrui,
anche se l’amico complice
mi ci introduce di notte.
Tu mi dici, così si dice,
che bisogna provare tutto,
che l’amore si impara
e che bisogna allenarsi…
Ma non è vero che le ragazze
sono scarpe per i tuoi piedi,
che tu puoi provare
una dopo l’altra,
ridendo, prima di trovare
la linea che ti piace
e la misura giusta.
E il mio corpo, ragazzo,
non è una bianca tastiera di pianoforte
sulla quale puoi esercitarti
a percorrerne le scale…
per suonare poi con un’altra
il concerto della tua vita!

 
 
"Parlami d'amore" di M. QUOIST
 

gigi avanti

PERCHE' L'ORO BRILLA.
T
anto tempo fa c'erano due tipi di metalli che erano sposati. erano il bronzo che era bello e lucente e il ferro che era resistente. I due si volevano molto bene e volevano avere un bambino. Dopo un anno questo bambino arrivò ed era diverso dai genitori, perché aveva preso dal papà che era il ferro la resistenza e dalla mamma aveva preso la brillantezza. I genitori lo chiamarono oro, e fin da allora l'oro è molto prezioso.

Matteo 1996

gigi avanti

Se vuoi arrivare primo,
corri da solo.
Se vuoi arrivare lontano,
cammina insieme.

La strada non è mai
lunga quando sei in
buona compagnia.

gigi avanti

 

IO SONO

Mi rammaricavo
del mio passato
e temevo il mio futuro
quando, improvvisamente
il mio Signore parlò:

Il mio nome è IO SONO.

Fece una pausa. Io attesi.
Poi continuò:

Se tu vivi del passato
con i suoi errori
e i suoi dispiaceri
vivi nel dolore.
Io non sono nel passato.
Il mio nome non è IO ERO

Se tu vivi del futuro,
con i suoi problemi
e le sue paure,
vivi nel dolore.
Il non sono nel futuro.
Il mio nome non è IO SARO’.

Se tu vivi questo momento,
vivi nella pace.
Io sono nel presente.
Il mio nome è IO SONO

(Helen Mallicoat)

gigi avanti

Quando ho piantato il mio dolore nel campo della pazienza, essa mi ha dato il frutto della felicità.

gigi avanti

Il tuo essere è formato da due parti: una pensa di conoscere se stessa, l'altra pensa che gli altri la conoscano.

gigi avanti

La scienza e la religione si trovano d'accordo su tutto, ma la scienza e la fede sono in disaccordo totale.

gigi avanti

Il migliore fra gli uomini è colui che arrossisce quando lo lodi e rimane in silenzio quando lo diffami.

gigi avanti

- FRAMMENTI DI ORDINARIA SOFFERENZA -

Due semplici domande rivolte ai giovani di una scuola superiore hanno fornito due serie di sorprendenti risposte.

La prima domanda era: “Quello che ci siamo sentiti dire da bambini” . Ed ecco le risposte: stai fermo, muoviti, fai piano, sbrigati, non toccare stai attento, hai fatto la cacca, mangia tutto, lavati i denti, non ti sporcare, ti sei sporcato, stai zitto, parla ti ho detto, chiedi scusa, saluta, vieni qui, non starmi sempre intorno, vai a giocare, non disturbare, non correre, non sudare, attento che cadi, te l’avevo detto che cadevi , peggio per te, non stai mai attento, non sei capace, non lo puoi fare, sei troppo piccolo, lo faccio io, ormai sei grande, vai a letto, alzati, farai tardi, ho da fare, gioca per conto tuo, prima devi finire, copriti, non stare al sole , stai al sole, non si parla con la bocca piena.

La seconda domanda era: “Quello che avremmo voluto sentirci dire da bambini.” Queste le risposte: ti amo, sei bello, sono felice di averti, parliamo un po’ di te, troviamo un po’ di tempo per noi, come ti senti, sei triste, hai paura, perché non ne hai voglia, sei dolce, sei morbido e soffice, sei tenero, raccontami, che cosa hai provato, sei felice, mi piace quando ridi, puoi piangere se vuoi, sei scontento, cosa ti fa soffrire, cosa ti ha fatto arrabbiare, puoi dire tutto quello che vuoi, ho fiducia in te, mi piaci, io ti piaccio, quando non ti piaccio, ti ascolto, sei innamorato, cosa ne pensi, mi piace stare con te, ho voglia di parlarti, ho voglia di ascoltarti, quando ti senti più infelice, mi piaci come sei, è bello stere insieme, dimmi se ho sbagliato.

Ho l’impressione che molti adulti siano quotidianamente in attesa di espressioni come queste. Ognuna è una invocazione di ascolto, di rispetto, di attenzione, d’amore. Ma perché questa nostra civiltà, così tecnicizzata e progredita, dimentica questa fondamentale esigenza dell’essere umano?

gigi avanti