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OMELIA DEL 5 SETTEMBRE 2010 (Lc. 14, 25-33)

Quando si decide di dare corpo ad un progetto o di portare a compimento una missione è opportuno, anzi fondamentale, fare i conti con le proprie capacità.
Soprattutto occorre l’umiltà e il coraggio di analizzare, esaminare, calcolare quanto si è disposti a rimettere in gioco tutto quello che fino a quel momento è stato il proprio stile di vita.
Occorre cioè un ripensamento sui valori di fondo che fino a quel momento hanno ispirato pensieri, sentimenti ed azioni fino ad arrivare ad un loro riposizionamento.
Occorre cioè saper fare discernimento tra “perdite” e “guadagni” e mettere nel conto senza tante storie la propria capacità di sacrificio…senza guardare in faccia a nessuno, senza lamentazioni e senza timore del giudizio altrui.
Un certo qual “rivoluzionamento” della propria vita va cioè sempre messo in conto sia che si tratti di piccoli progetti (per esempio una gita turistica o cose del genere…) sia che si tratti di progetti più grandi.
Nel caso di progetti grandi o di missioni dal sapore esistenziale c’è da guardarsi in faccia seriamente e chiedersi quale sia la “motivazione” profonda a muovere la propria volontà e quale sia il “fine” che si intende raggiungere. E questo è importantissimo per scongiurare il pericolo dello scoraggiamento o dell’abbandono del primo intendimento…a causa delle inevitabili difficoltà che si incontreranno per strada. E’ quindi importantissimo chiedersi quotidianamente “chi me l’ha fatto fare”…prima che siano altri a domandarcelo…magari con sapiente ironia.

Il vangelo di Luca di questa domenica fa luce chiarissima proprio su questa dinamica della “scelta progettuale” di voler essere “seguaci” di Gesù.
Ed è curioso notare come tale chiarimento avvenga “per strada” e sia provocato da un evento banalissimo, quello della gente che andava appresso a Gesù…magari con le più diverse “motivazioni” e forse anche senza troppo interrogarsi sulle “finalità” medesime del loro andargli appresso.
Sta di fatto che Gesù (“siccome molta gente andava con lui, si voltò e disse”…) anziché venire lusingato per tale successo di popolarità e montarsi la testa promettendo mari e monti (atteggiamento diffusissimo, in molti ambiti, tra le persone che godono di un certo seguito…) pone delle severissime condizioni a coloro che vorranno scegliere di andargli appresso.
E lo fa con il suo stile “paradossale” rischiando, come sempre, quando è in gioco la causa del Suo Regno, incomprensione e rifiuto.
Andare appresso a Gesù non è come andare in gita turistica o come fare un pellegrinaggio (dove c’è sempre qualche sacrificio da sopportare…ma poi si torna a casa...). Andare appresso a Gesù comporta un ribaltamento radicale della propria prospettiva di vita, comporta un prezzo da pagare di persona, comporta di avere sempre come parametro per i propri pensieri, le proprie emozioni e le proprie azioni la grande causa del Regno di Dio. Andare appresso a Gesù è una scelta di non ritorno…, un percorso in salita (ascesi…) che più o meno lentamente conduce al punto più alto dove è situata una Croce…e non un divano.
Solamente questo “riferimento” costante (dopo aver ben “calcolato” ed “esaminato” le proprie capacità…con la grazia dello Spirito) può evitare ai suoi “discepoli” tentennamenti, ritirate, recriminazioni e lamentazioni croniche della serie “se l’avessi saputo prima”, “non immaginavo che fosse così difficile”.
Solamente tale riferimento costante alla grande realtà del Suo Regno (“motivazione” e “finalità” a questo punto coincidono…) consente ai discepoli la tenuta nel tempo della scelta vocazionale operata. Solamente tale parametro di riferimento ha consentito a Papa Giovanni XXIII di uscirsene con una espressione spirituale di grande valore ristorativo nei momenti di fiacca o di scoramento che ogni anima inevitabilmente patisce: “Dio sa che esisto e questo mi basta”.
“Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo” conclude perentoriamente Gesù. Fa riflettere l’espressione “tutti” (radicalismo evangelico) perché essa non si riferisce soltanto alla “materialità” dei propri “averi” (familiari, parenti,soldi) ma anche alla propria “ideologia di vita”.
Essere discepolo di Gesù comporta fondamentalmente “cercare prima di tutto il Regno di Dio”…rinunciando ad “avere” una propria idea del Regno di Dio…anche per convalidare questa sagace considerazione: “Dio delude sempre…chi se lo immagina a modo suo”.

Gigi Avanti

www.omelie.org
gigiavanti@alice.it

PARTE LITURGICA

ORAZIONE INIZIALE: nell’accingerci a celebrare i sacri misteri invochiamo la grazia del Signore e la sua benedizione sulle nostre anime perché non soccombano sotto il peso della fatica nel cammino verso la salvezza.

PREGHIERA DEI FEDELI:
Ti preghiamo, o Signore, per il Papa, i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, affinché cerchino sempre per prima cosa di servire la causa del Regno.
Ti preghiamo, o Signore, per tutti quei discepoli stanchi e affaticati nel loro camminare perché riprendano forza attingendo alla tua forza ristoratrice.
Ti preghiamo, o Signore, per tutti quei discepoli che non ce l’hanno fatta a seguirti fino in fondo e si sono attardati o sono tornati indietro, affinché la tua misericordia li riabbracci.
Ti preghiamo, o Signore, per le persone che sentono il richiamo potente del tuo fascino divino, affinché abbiano la forza di rispondervi con solerzia.
Ti preghiamo, o Signore, per le anime tentennanti e impaurite, per le anime lamentose e sofferenti a causa del loro incerto camminare, perché il tuo sorriso le possa rincuorare.

BENEDIZIONE FINALE: nutriti alla mensa eucaristica ringraziamo il Signore con letizia e chiediamogli di illuminare sempre il nostro cammino così da avanzare senza troppe cadute sulla strada della salvezza.

OMELIA DEL 15 AGOSTO – FESTA DELL’ASSUNTA (Lc. 1,39-56)

La parola “assunzione”, nella nostra cultura, fa venire subito in mente qualcosa avente a che fare con il mondo del “lavoro”. “E’ stato assunto finalmente”, sospirano i genitori preoccupati per il futuro dei loro figli…”Finalmente ho trovato una sistemazione” dicono tanti giovani al termine di un percorso travagliato di tirocini, di stages, di sistemazioni provvisorie…
Queste espressioni hanno quindi in comune di considerare la “stabilità” lavorativa come valore prioritario e la “definitività” come parametro ottimale di sistemazione. Una considerazione, forse di sapore paradossale, ci stimola però a ricordare che tutta questa agognata “definitività” o “sistemazione” viene cercata e vissuta nel più ampio contesto di “precarietà” che esista e cioè quello della “provvisorietà” della vita terrena.
A questo punto proprio la festa di oggi, quella dell’Assunta, ci costringe a focalizzare la nostra attenzione spirituale su un altro scenario. E non sia considerato irriverente, a questo riguardo, fare memoria di una simpatica battuta…”Maria è stata “assunta” in cielo perché non aveva trovato lavoro sulla terra”…
Ma come mai, viene da chiedermi, il brano del Vangelo scelto per questa speciale domenica che ricorda l’evento “terminale e definitivo” della vita della Vergine fa parte dell’”inizio” del racconto di Luca?

Come mai questa combinata di narrazione dell’ “inizio” di una avventura (avvenuta sulla terra) e “fine” della medesima (avvenuta in cielo)?
Non potrebbe essere già questa una indicazione per come ogni credente dovrebbe inquadrare l’intero arco della sua esistenza…che inizia appunto sulla terra, ma che si conclude in cielo?
E’ curioso infatti notare come, nel giorno dell’assunzione, il brano del vangelo proposto non si cimenti nel raccontare “il fatto”, ma voglia farci capire “come mai” accadde “il fatto”…come mai cioè la Vergine avesse trovato la sua “sistemazione” definitiva oltre la soglia del mondo terreno, proprio nel seno della Trinità.
E la risposta sta proprio nel brano di oggi. La Vergine Maria (giovane ragazza piena di sogni) è stata “assunta” in cielo per aver creduto fortemente, al di là dei suoi sogni terreni, nel nuovo corso della storia che stava iniziando, nella nascita di un nuovo mondo fatto esclusivamente d’amore…E’ per questo che libera dal suo cuore e dalla sua anima il canto del “magnificat”.
Questa è la “combinata della fede” o “della gioia”, una combinata sintetizzabile in queste due espressioni: “Maria è beata per aver creduto senza esitazione” e “Maria ha creduto per grazia di Dio”.
Una combinata, quindi, da poter fare propria perché il “nuovo mondo” inizia proprio nell’esatto momento in cui, per grazia di Dio, si decide di crederci.
E tutto questo può accadere nella vita di ciascuno con il superamento di atteggiamenti tentennanti e sospettosi (tipici delle anime “paurose”) o con il congelamento di atteggiamenti di lamentazione continua e di denuncia martellante dei mali dell’ingiustizia (tipici delle anime “arrabbiate”).
Né paura, né acredine hanno toccato la vergine anima di Maria (anche in questo senso è rimasta sempre vergine), né sospiri, né lamentazioni hanno attraversato le fibre più profonde del suo cuore di mamma…al pensiero di quello che sarebbe toccato al suo specialissimo Figlio.
C’è di più, ed è un particolare importantissimo da fare proprio soprattutto per quelle anime inconsapevolmente desiderose di “scorciatoie” sulla via della salvezza, o di “privilegi” per la funzione che esercitano nel grande spazio del Regno di Dio.
Maria, per aver creduto fortemente e da subito, non ha avuto alcun privilegio, né ha ottenuto sconti sul prezzo che aveva accettato di pagare per conto dell’umanità.
Maria ha avuto solo problemi, umanamente parlando, problemi uno dietro l’altro…proprio a cominciare dal trovarsi incinta in quello “spirituale” modo…e così via.
Maria, come ogni mamma, ha vissuto trepidazione e dolore, ma mai lamentazione o recriminazione come tante mamme…
Maria ha creduto alla “sistemazione” definitiva per suo Figlio ed è per questo che alla fine Egli l’ha voluta associare stabilmente “assumendola” nella Trinità.
Non dovrebbe essere arduo ricavarne indicazioni per come invece l’uomo si arrabatta a cercare “stabilità” sulle sabbie mobili del vivere terrestre…

Gigi Avanti

www.omelie.org
gigiavanti@alice.it

PARTE LITURGICA FESTA DELL'ASSUNTA
(15 agosto 2010)

BENEDIZIONE INIZIALE:
Nell’accingerci a celebrare il sacro mistero dell’eucaristia invochiamo la grazia del Signore per un irrobustimento della nostra fede e per un rinvigorimento del nostro amore.

PREGHIERA DEI FEDELI:

Ti preghiamo, o Signore, per il Papa, i Vescovi, i sacerdoti e i consacrati perché riverberi sempre nel loro agire per il Regno di Dio la fede della Vergine Maria. Ascoltaci, o Signore.
Ti preghiamo, o Signore, per tutti i fedeli affinchè mai li turbi la virulenza dell’ingiustizia e la insidia del male. Ascoltaci, o Signore.
Ti preghiamo, o Signore, per tutti i laici che operano per la causa del tuo Regno affinchè mai li colga la tentazione dell’abbandono e dello scoraggiamento. Ascoltaci, o Signore.
Ti preghiamo, o Signore, per le persone angosciate e deluse, per le persone impaurite e arrabbiate affinchè sappiano trovare in te la quiete dell’anima. Ascoltaci, o Signore.
Ti preghiamo, o Signore, per gli uomini e le donne di oggi affinchè trovino il coraggio di cedere al fascino della fede e non alla illusione delle apparenze. Ascoltaci, o Signore.

BENEDIZIONE FINALE:
Nel ringraziare il Signore per il nutrimento eucaristico ricevuto chiediamo la grazia di assomigliare sempre di più alla Vergine Maria nell’operare per la causa del Regno sulla terra così da poterla raggiungere un giorno nella quiete definitiva del cielo.

OMELIA DELLA SESTA DOMENICA DI PASQUA (Gv. 15, 9-17)
(9 maggio 2010)

“Qui le cose non vanno, bisogna darsi da fare. Voglio vedere presto dei risultati, se no saranno tempi duri per tutti.” E’ una espressione allarmata che sarà capitato a molti di sentire. Questa esortazione al “darsi da fare” per “ottenere risultati” la si sente ripetere anche quando le cose non sembrano poi andare così male… al punto da poter concludere che l’atteggiamento interiore del “darsi da fare” sia diventato quasi una inclinazione psicologica dovuta all’inquietudine dell’uomo moderno secondo la quale egli arriva addirittura a pensare che se non “vede risultati” è segno che non si è “dato da fare” abbastanza…
Inclinazione psicologica capace di provocare una sorta di corto circuito comportamentale fatto di due facce contrapposte, quella di una accelerazione del “darsi da fare” (ansia) per ottenere risultati e quella del tirare i remi in barca (accidia) convinti che non ci sia più niente da fare..
Il vangelo di oggi può leggersi anche in questa prospettiva…con “risultati” sorprendenti. Anche Gesù infatti, ha a cuore la sua “azienda”; anch’Egli sollecita a “darsi da fare” con le sue esortazioni per ottenere certi risultati, ma lo fa in un modo molto diverso da quello appena ricordato. Indica infatti un diverso approccio a coloro che sono intenzionati a realizzare un progetto” o a “ottenere risultati”, l’approccio dell’ “essere” più che quello del “fare”…Un “essere” però così pregnante da lasciar intuire come logica conseguenza un “darsi da fare” coerente e financo la modalità medesima del darsi da fare, quella della “gioia”.
Come risulta lampante dai ritornelli insistenti pronunciati da Gesù: “Rimanete nel mio amore”…”Rimanete attaccati a me come il tralcio alla vite…se volete dare frutto”. Ed ancora: “Se osserverete i miei comandamenti rimarrete nel mio amore” (questo sarebbe lo specifico del “da farsi” cristiano). E per finire: “Questo vi ho detto perché la mia gioia sia con voi e la vostra gioia sia piena” ( superfluo a questo punto richiamare la collocazione della “gioia” fra i nove frutti dello Spirito elencati dall’apostolo Paolo).
Il “darsi da fare” del cristiano non consiste pertanto nell’affannoso “operare” per vedere i risultati (sarebbe anche pacchiana“vanità” e miope “presunzione” attribuirsene il merito…) quanto nell’umile “stare” in Cristo nel luogo e nel tempo previsto dalla Sapienza del Padre…per “portare” frutto.
La dinamica del voler “ottenere risultati” (in un certo senso considerabile come autoreferenziale) è diametralmente diversa da quella dell’essere disponibile a fare il “portatore di frutti” (dinamica di natura più dichiaratamente altruistica).
Lo specifico dell’agire del cristiano è di vivere “in Cristo” (“Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me” avrà modo di esclamare l’apostolo Paolo.,.. che quanto a “darsi da fare”non è secondo a nessuno).
E di vivere in Cristo con il sorriso nel cuore e sul volto. Un sorriso capace di trasmettere la gioia di credere nel Risorto, la gioia di generare vita, la gioia di educare a credere, la gioia della fraternità quotidiana dell’amarsi come amici…come scrive una amica carissima suora clarissa di clausura , Madre Elena Francesca: ”L’amicizia è davvero la festa della vita, quella con Gesù, prima di tutto, e quella con i fratelli”… a fronte della seriosità, se non della cupezza, dei musi lunghi o delle labbra pendule, dei toni sospirosi a cui fa difetto sovente il respirar fresco e scattante della speranza.
Magari anche ricordando, per sorridere un po’ di più nell’offrire testimonianza o nell’essere semplicemente testimoni (magari anche invisibili come succede alle persone chiamate alla testimonianza claustrale), una espressione di Gesù che non fa per niente ridere:“Senza di me non potete fare proprio niente”. Ammonisce un detto dell’Etiopia: “Se hai un solo dente in bocca, usalo per sorridere”.
E non dimenticando che il vertice da vivere (e non da “raggiungere” come risultato finale…) nella quotidianità della testimonianza è sempre quello di “dare la vita…per gli amici” nel modo e nella forma fantasiosa quindi gioiosa, indicata di volta in volta dallo Spirito.
Può essere che di questi tempi così “tragici”…lo Spirito ci stia ammonendo a non “dannarsi l’anima” con volto corrucciato e cupo nell’intento di “salvare le anime”, bensì a restare sereni e sorridenti attaccati a Lui (come un tralcio alla vite) onde la linfa della Gioia del Risorto scorra placidamente nelle arterie dell’anima e porti frutto…
Rincorrere frettolosamente o nervosamente risultati viene qualificato come fatica sprecata sul piano spirituale (“quand’anche avrete fatto tutto quello che dovevate…siete sempre servi inutili”). Rimanere saldi e gioiosi nella fede viene invece indicato come trampolino per quella testimonianza di “operosità” idonea al giorno d’oggi per la dilatazione del Regno di Dio.
A patto, però, che tale testimonianza di “fraternità” sia soprattutto “gioiosa”…perché quando Gesù parla di “gioia piena” intende far capire che un “frutto” per essere desiderato e magari anche colto deve essere “pienamente” maturo…
E sulle “acerbità” dei nostri prodotti così come sulle “calcolate tirchierie” del nostro cuore invochiamo la ricca misericordia del Signore.

Gigi Avanti

www.omelie.org
gigiavanti@alice.it

PARTE LITURGICA DELLA SESTA DOMENICA DI PASQUA
(9 maggio 2010)

BENEDIZIONE INIZIALE:
Nell’accingerci a celebrare i santi misteri di questa liturgia domenicale, invochiamo la benedizione di Dio sui nostri cuori affinché siano sempre aperti al flusso della grazia che li pervade cosicché portino frutto a beneficio dei fratelli.

PREGHIERA DEI FEDELI:

Ti preghiamo, o Signore, per il Papa, i Vescovi, e i sacerdoti affinché possano essere testimoni di gioia anche in mezzo alla sofferenza e al dolore che talvolta silenziosamente vivono per il Regno di Dio. ASCOLTACI, O SIGNORE.
Ti preghiamo, o Signore, per tutte le persone consacrate, specie le claustrali e i claustrali, affinché le sostenga con grazia particolare nei momenti della delusione e dello sconforto per la “invisibilità” della loro testimonianza e la non constatazione dei “risultati”. ASCOLTACI, O SIGNORE.
Ti preghiamo, o Signore, per tutti i fedeli cristiani affinché intensifichino la loro vita di fede mediante una assidua frequentazione della mensa eucaristica, vera sorgente di operosità fraterna. ASCOLTACI, O SIGNORE.
Ti preghiamo, o Signore, affinchè i fedeli cristiani possano testimoniare la fraternità con la gioia nel cuore e il sorriso sul volto, anche quando la loro anima è ferita dal dolore. ASCOLTACI, O SIGNORE.
Ti preghiamo, o Signore, per gli uomini e le donne del nostro tempo affinché abbiano modo di accorgersi, grazie al dono di testimonianza della fraternità “gioiosa” dei fedeli, del richiamo alla conversione. ASCOLTACI, O SIGNORE.

BENEDIZIONE FINALE:
Nel ringraziare il Signore per il nutrimento donato alle nostre anime, lo invochiamo di farci sempre percepire concretamente di essere in Lui cosicchè la gioia che ne deriva possa scaldare i cuori e riverberare sui volti dei fratelli.

OMELIA DEL 17 FEBBRAIO 2010
(Le Ceneri – Mt. 6,1-6. 16-18)

“Non voglio fare brutta figura”…”Che figuraccia che hai fatto!”…”Voglio fare bella figura”…sono espressioni di uso corrente che rivelano una tendenza diffusissima dell’essere umano, quella di tenere di più alla propria immagine che non alla propria realtà di persona, quella di tenere di più all’apparire che all’essere, tendenza che induce poi ad una serie di rapporti umani vissuti all’insegna del formale, dell’esteriore, di facciata…tendenza che sotto sotto rivela la grande paura che ognuno ha del giudizio della gente e, paradossalmente dal lato opposto, rivela anche la bramosia o il desiderio nascosto della sua approvazione…se non del suo applauso.
C’è anche un altro proverbio in qualche modo è collegato a queste espressioni ed è il seguente: “Non è tutto oro quel che luccica”, proverbio che mette in guardia contro il rischio di credere che la lucentezza esteriore sia espressione di una ricca realtà interiore.
C’è però chi ha ricordato che “se è vero che non è tutto oro quel che luccica, sarà anche vero che non è detto che tutto quello che non luccica non sia oro”. E così il cerchio si chiude consentendo a ciascuno di scegliere da che parte stare nel duello tra verità e menzogna, tra apparenza e sostanza, tra affettività autentica e anaffettività, tra sorriso del cuore e sorriso del volto, tra fare il bene per farsi vedere e non farsi vedere a fare il bene, tra farsi vedere fare le opere buone per la causa del Regno di Dio e farsi vedere fare le opere buone (preghiera, carità, penitenza) per “dare buon esempio” (a chi?) o per ottenere approvazione e applauso…magari anche da se stessi per se stessi.
Il vangelo di oggi si colloca proprio a questo punto e va al di là del livello puramente umano dei rapporti avvertendo perentoriamente che questo giochetto non attacca nel rapporto autentico con Dio.
Nel rapporto con Dio occorre arrivare presto al paradossale punto d’equilibrio tra l’imperativo della testimonianza (“che vedano le vostre opere buone così da glorificare il Padre vostro che è nei cieli”) e quello del nascondimento (“Il Padre vostro che vede nel segreto vi darà la ricompensa”), il punto d’equilibrio tra fare del bene per farsi vedere (vanità…) e farsi vedere fare il bene soltanto per dare testimonianza, glorificando così Dio a cui va il merito di tutto.
Gioverà allora ricordare che poco attiene alla sana spiritualità il cercare goduria nelle “belle funzioni” se poi nella relazione fraterna del giorno dopo giorno “si funziona male” nell’amore, nel dialogo, nella condivisione, nel sacrificio della accettazione dei reciproci limiti.
Forse il periodo di quaresima che inizia potrebbe proprio indurre questa conversione, questo cambio di marcia, questo mandare in cenere i propri comportamenti artefatti e finti e dare calore di fuoco a comportamenti affettivi autentici…nei confronti di Dio e nei confronti dei fratelli.
Gioverà anche ricordare, per sostenere l’impegno di questo cambio di marcia, che “ogni incontro con Dio è preghiera, non ogni preghiera è incontro con Dio”…perché il demone della vanità è capace di insinuarsi anche in quella sottile e subdola forma di soddisfazione interiore che talvolta ci prende allorquando abbiamo recitato proprio “una bella preghiera” o “fatto una bella ora di adorazione”.
Come pure sarà bene ricordare, nei momenti più bui dello scoraggiamento e della desolazione spirituale, quanto diceva tra sé e sé il santo Papa Giovanni XXIII: “Dio sa che esisto…e questo mi basta”.

Gigi Avanti

www.omelie.org
gigiavanti@alice.it

PARTE LITURGICA DELLA CELEBRAZIONE DELLE CENERI

Benedizione iniziale:Nel preparare il nostro cuore e la nostra anima alla celebrazione di questi santi misteri d’inizio Quaresima, invochiamo la benedizione del Signore sull’ intenzione di purificare i nostri comportamenti da ogni forma di ipocrisia e di ostentazione vanagloriosa.

Preghiera dei fedeli :

TI PREGHIAMO, o Signore, per la Chiesa tutta intera affinché non si lasci prendere dalle tentazione di fare “bella figura” sul palcoscenico della storia, ma eserciti la sua funzione di testimone nella semplicità e nella verità. Ascoltaci, o Signore.
TI PREGHIAMO, o Signore, per tutti i credenti che trovano ostacolo nel cammino verso la salvezza a causa delle controtestimonianze a loro insaputa offerte dai loro fratelli nella fede. Ascoltaci, o Signore.
TI PREGHIAMO, o Signore, per tutte le claustrali e i claustrali affinché non li prenda mai lo scoramento per la invisibilità della loro testimonianza.
TI PREGHIAMO o Signore, per coloro che hanno scelto come forma di testimonianza, quella dell’umile amore nascosto e silenzioso affinché abbiano la tua ricompensa. Ascoltaci, o Signore.
TI PREGHIAMO, o Signore, per l’uomo d’oggi affinché sappia scorgere la tua luce anche in mezzo al luccichio abbagliante delle false luci. Ascoltaci, o Signore.

Benedizione finale:Ti ringraziamo, o Signore, per avere nutrito la nostra anima con il cibo sostanzioso dell’eucaristia e ti chiediamo, grazie a questo, di dare sostanza e forza alla nostra testimonianza facendoci riconoscere per tempo le tentazioni della vanità, dell’ipocrisia, delle finzioni, dell’ostentazione e di non attendere alcuna ricompensa se non quella della Tua misericordiosa bontà.

OMELIA DELL' 8 DICEMBRE 2009 (L'IMMACOLATA)
(Lc. 1,26-38)

Quante volte nella vita cerchiamo rassicurazione, conforto, aiuto in quei frangenti che sembrano toglierci la terra sotto i piedi.
Quante volte non sappiamo più dove sbattere la testa per trovare il capo della matassa ingarbugliata degli eventi.
A maggior ragione quando quegli eventi ci sono capitati addosso senza nostro volere e quei problemi non ce li siamo andati a cercare.
Cerchiamo soluzioni a problemi non creati da noi, cerchiamo spiegazioni che ci possono recare sollievo e, non di rado, non trovandole, cadiamo nello sconforto prendendocela con il “destino”.
Ci succede, così facendo, di trascinarci per lungo tempo nella vita oscillando tra disperazione e rabbia, tra recriminazione e malinconia… senza magari mai provare a pensare che la soluzione a portata di anima c’è e consiste proprio, paradossalmente, nel rifiutare di voler “capire” tuffandoci mente e cuore nello spazio infinito del mistero. “L’ultimo passo della ragione è quello di ammettere che vi sono cose che la superano” è stato scritto da qualcuno.
Tuffarsi nello spazio del mistero convinti che Dio non crea problemi, ma regala doni e consapevoli del fatto che una realtà diventa problema quando non la si accetta come tale o come dono…

Il brano del vangelo di Luca, conosciutissimo e commentatissimo, parla da solo e di colpo ci colloca a quel livello spirituale dove sembrano del tutto fuori luogo tentativi di aggiustamenti e di razionalizzazioni di carattere psicologico…quando si è alle prese con un problema.
Maria non cerca “spiegazioni” razionali all’arcangelo Gabriele che gli riferisce la proposta dell’Altissimo, ma chiede semplicemente “rassicurazione” al turbamento intimo della sua anima.
E la risposta di Gabriele a questa sua richiesta è di quelle che lasciano senza fiato: “Nulla è impossibile davanti a Dio”.
Questa espressione, in grado di far scolorire le nostre sterili espressioni di rassicurazione e di conforto quando siamo alle prese con persone da rassicurare…”non si preoccupi, non è niente, tutto si risolve”…, questa espressione, presa da sola potrebbe dare l’idea di un Onnipotente dispotico che ha già deciso tutto sulla testa della vergine Maria…
E invece no, perché andando avanti nella lettura del brano si scopre un Dio che sta tra le quinte, un Dio discreto e delicatissimo in silenziosa attesa della risposta della vergine. un Dio sul quale smetterla di pensare con i nostri pensieri, perché “Dio delude sempre chi se lo immagina a modo suo” è stato scritto. O, meglio ancora, un Dio da ammirare nel silenzio dell’anima in modo “da pensare a Dio senza l’aiuto dei pensieri” come diceva santa Teresa d’Avila.
Che è quello che ha fatto la vergine dando quella risposta, anche questa da lasciare senza fiato, dalla quale è scaturita la possibilità di salvezza per tutta l’umanità: “Ecco l’ancella del Signore, avvenga di me secondo la tua parola”.
Certo, la “sviolinata”, si fa per dire, dell’arcangelo fatta a Maria nel presentare la proposta dell’Altissimo di accettare di passare da “ragazza-vergine” a “ragazza-madre” (e mi si perdoni l’espressione) può aver indotto tale risposta, ma come è salutare pensare che tutto sia stato previsto per il nostro bene eterno!
Allora si comprende un’altra verità, se si collegano tra loro le due espressioni, quella dell’arcangelo “nulla è impossibile davanti a Dio” e quella della Vergine “ecco l’ancella del Signore, avvenga di me secondo la tua parola” e cioè che Dio non ama fare le cose da solo, pur potendole fare, ma, come vuole l’umile amore che caratterizza ogni suo atto, cerca collaborazione, coinvolgimento, adesione, partecipazione per la realizzazione di quel che ha in mente di fare.
E non potrebbe bastare meditare su questa sua determinazione e delicatezza d’amore nel volerci coinvolgere nella realizzazione del suo piano di salvezza a dare quiete all’animo inquieto e problematico dell’uomo d’oggi sempre così lacerato dai problemi “esistenziali”?
Non potrebbe bastare, per uscire dal groviglio dei problemi, ricordare che effettivamente “siamo nella mani di Dio” e affidarsi totalmente a Lui.
Non potrebbe bastare ricordarsi quotidianamente questa espressione curiosamente paradossale: “Dio esiste…rilàssati…non sei tu!”?

Gigi Avanti

www.omelie.org
gigiavanti@alice.it

PARTE LITURGICA FESTA DELL'IMMACOLATA

Benedizione iniziale:Nel prepararci a celebrare il santo mistero dell’Eucaristia invochiamo la benedizione di Dio sulle nostre famiglie, così da poter essere sempre pronti a seguire le proposte della Sua Santa Volontà.

Preghiera dei fedeli :

Ti preghiamo, o Signore, per la santa Chiesa tutta intera perché sappia sempre discernere con solerzia le indicazioni dello Spirito Santo ed assecondarle con gioia.
Ti preghiamo, o Signore, per i consacrati affinché sappiano sempre discernere la Volontà di Dio anche nei momenti di maggiore oscurità e turbamento.
Ti preghiamo, o Signore, per i fedeli di ogni età perché sappiano predisporre la loro anima all’accoglienza dei voleri dello Spirito.
Ti preghiamo, o Signore, per tutti coloro che, magari a loro insaputa, pongono ostacoli ai disegni di Dio sulla loro vita, affinché ottengano, per grazia, di poterli rimuovere.
Ti preghiamo, o Signore, per gli uomini d’oggi, spesso dibattuti tra angosce e tensioni affinché possano trovare in Te la quiete dell’anima e la pace del cuore.

Benedizione finale: Nutriti alla mensa della Parola e dell’Eucaristia chiediamo a Signore di confermarci nella sua Grazia e di renderci sempre docili all’accoglienza dei suoi santi voleri.

OMELIA DELLA DOMENICA 13 SETTEMBRE 2009
(Mc. 8, 27-35)

Quando ci si fa “l’idea” di una persona si rischia quasi sempre di farsela in base alla raccolta incompleta e all’assemblaggio spesso frettoloso di alcuni tasselli rappresentati dai suoi comportamenti manifesti e dalle sue affermazioni. Dico “si rischia”, perché il mistero profondo dell’identità di ogni essere umano sfugge ad analisi e catalogazioni razionali essendo custoditi nel cuore del suo Creatore.

Purtuttavia, l’inclinazione a farsi un’idea di una persona e magari anche a nutrire delle aspettative sul destino legato alla sua identità è forte e attiene a quella parte del nostro io interiore più pronto ed avvezzo al “giudizio” (“oggi il tempo è brutto”…) che non alla umile e semplice valutazione descrittiva del reale (“oggi il tempo è piovoso”…anche perché l’acqua non è “brutta”, bensì “utile, umile, preziosa e casta”).

Assecondando questa inclinazione si può arrivare ad avere delle “idee” poco o nulla rispondenti alla “realtà” delle persone e delle cose, fino al punto di credere di più ad esse che non alla realtà. E questo conduce alle soglie di pericolose patologie…

Il mistico islamico Rumi dell’epoca storica di Dante ammonisce con questo aforisma: “La verità era uno specchio che, cadendo, andò in frantumi; ciascuno, prendendone un pezzetto e vedendosi rispecchiato dentro, credette di possedere l’intera verità”.

 

Il brano di vangelo di questa domenica ci racconta appunto di Gesù alle prese con il desiderio di sapere cosa si dice in giro a proposito della sua identità. E per soddisfare questo desiderio incomincia a “interrogare” i suoi discepoli: “Chi dice la gente chi io sia?”.

Non chiede “cosa dice la gente” rischiando di raccogliere per risposta, magari, tutta una sfilza di “pettegolezzi” o di “fantasie”, ma punta dritto alla ricerca di una risposta il più possibile veritiera sulla sua identità-missione-relazione.

La risposta della gente, riferita dai suoi discepoli-cronisti, non va dritta però al nocciolo del mistero, ma si aggira tentennante attorno ad esso: “Qualcuno dice Giovanni Battista, altri Elia, altri qualcuno dei profeti…”.

Gesù, per nulla soddisfatto, incalza i suoi discepoli con una domanda diretta: “E voi chi dite chi io sia ?”. Come dire…”voi che mi conoscete un po’ meglio che idea vi siete fatta di me?”.

Sarà Pietro, a nome di tutti, a tagliare corto: “Tu sei il Cristo” (o come riferirà Matteo: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”).

A questo punto Gesù, dopo aver proibito di dirlo in giro, affonda decisamente nel terreno della rivelazione della sua identità-missione-relazione costringendo Pietro e gli altri a verificare se “l’idea” che si era fatta di Gesù era “vera” o, come si suol dire, molto “personale”.

Questa rivelazione scatena il finimondo nell’anima di Pietro che prende in disparte Gesù (patetico e dolce questo atteggiamento protettivo del discepolo nei confronti del suo certamente più giovane Maestro…) per farlo ragionare e si becca per tutta risposta l’insulto più cocente di tutta la Sacra Scrittura: “Satana, vai via da me…perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”.

Poi il brano prosegue presentando un Gesù quasi sferzante nei riguardi di coloro che si sono fatta o si potrebbero fare in futuro delle strane idee su di lui e delle false aspettative…In linea con quanto è stato scritto da qualcuno e cioè che “Dio delude sempre chi se lo immagina a modo suo.

A far crollare poi ogni strana aspettativa o “interpretazione del cristianesimo” è l’espressione cardine dell’intero discorso sulla “sequela”: “Chi vuol venire dietro di me, prenda la sua croce e mi segua”…

Il nucleo profondo e nascosto del mistero della sua identità (Gesù), della sua missione (Cristo, cioè unto per la salvezza), della sua relazione (Figlio di Dio) è svelato e fa da luce per chi lo vuole veramente seguire senza false aspettative condannate ad andare in delusione.

(Gigi Avanti)

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PARTE LITURGICA


Benedizione iniziale: Nell’accingerci a celebrare il santo mistero dell’eucaristia invochiamo la benedizione del Signore e chiediamo la sua grazia per poterlo seguire con fedeltà sulla strada della salvezza.


Preghiera dei fedeli :

Ti preghiamo, o Signore, per la tua Chiesa, perché abbia la forza di resistere alla tentazione di credere di più alla sua umana idea di Te che non alla Tua divina verità. Ascoltaci, o Signore.

Ti preghiamo, o Signore, per il Papa, i Vescovi, i sacerdoti, i consacrati e le consacrate affinché, come privilegiati custodi del tuo mistero di salvezza, siano capaci di testimoniarlo con vigore e senza mezze misure. Ascoltaci, o Signore.

Ti preghiamo, o Signore, per tutti i fedeli laici, perché sappiano superare l’amarezza delle delusioni che immancabilmente segnano il loro cammino verso la salvezza. Ascoltaci, o Signore.

Ti preghiamo, o Signore, per tutti coloro che avvertono il fascino della chiamata al tuo seguito nella forma della consacrazione speciale o ordinaria, affinché nulla li spaventi o li deluda. Ascoltaci, o Signore.

Ti preghiamo, o Signore, per coloro che per la prima volta ricevono dal Padre il dono di incontrarti nelle infinite e provvidenziali combinazioni della vita, affinché non si facciano illusioni riguardo alle esigenze della tua proposta di vita. Ascoltaci, o Signore.

Benedizione finale:Nutriti alla mensa del Signore, chiediamo con fiducia di poter essere capaci, nella quotidianità del nostro amarci fraterno, di resistere alla tentazione di vivere un cristianesimo approssimativo e accomodante..

 

OMELIA DELLA DOMENICA 14 GIUGNO 2009
(Mc. 14,12-16. 22-26)

Non è sempre facile trovare delle situazioni dell’esistenza che abbiano dei corrispettivi negli episodi di vita narrati dai vangeli, specie se questi ultimi hanno carattere di unicità…come nel caso dell’ultima cena.

Quando si trovano è perché si vuole ricavare da tale confronto qualche dritta per camminare senza troppo inciampare sulla strada indicata da Gesù.

Anche nel caso del vangelo di questa domenica, conosciuta da tutti come Festa del Corpus Domini, il confronto tra l’esperienza che vive Gesù insieme ai suoi nella circostanza dell’Ultima cena e le nostre esperienze di feste e di cene, non evidenzia immediatamente delle significative analogie che purtuttavia, ad una attenta confrontazione, esistono. E si possono trovare, queste analogie, semplicemente “leggendo” l’episodio narrato come “metafora” dell’intera vita.

Ad esempio, tenendo conto di questo “accorgimento interpretativo” e volendo estrapolare dall’insieme del racconto qualche dettaglio, risalta la conosciutissima figura del “guastafeste”. Espressione, quella di “guastafeste”, in grado di cogliere una situazione della realtà sufficientemente diffusa.

Una figura, quella del “guastafeste”, antipatica e da evitare (è il caso di Satana che entra nel cuore di Giuda…)…ma che, nel racconto dell’ultima cena, ha anche l’altra faccia, quella simpatica e da seguire…(ed è il caso di Gesù).

Sì, perché Gesù, quel giovedì sera a cena, si comporta veramente come un “guastafeste”…Dopo averla minuziosamente preparata ed avviata se ne esce con discorsi spaventevoli e di cattivo gusto (“uno di voi mi tradirà”…”quello che devi fare, fallo subito”…), fa presagire scenari di morte, compie azioni di cattivo gusto per il contesto di una cena festosa (lavanda dei piedi …sudaticci e maleodoranti)…Insomma cosa aveva in mente di insegnarci, quella sera a cena, avendo voluto fare il “guastafeste”? Tante, tantissime cose… Magari voleva insegnarci a vivere l’intera vita alla maniera di una festa, ma non come noi intendiamo di solito il fare festa. Il fare festa (vivere la vita…) indicato da Lui, infatti, comporta di averlo come ospite fisso…a capo tavola, comporta di conversare familiarmente con Lui, comporta di nutrirsi di ogni parola che esce dalla sua bocca e dal momento che la parola si è fatta carne e poi pane, comporta di nutrirsi di Lui trasformato in cibo per l’anima. Che distanza dalle nostre maniere di fare festa…e di vivere la vita!

Magari voleva insegnarci che se la gioia vuole essere il cuore della festa, la gioia di vivere consiste nel non abbuffarsi egoisticamente pensando soltanto a riempirne il proprio piatto, ma consisterà nell’ adoperarci concretamente a servirla a coloro che ci stanno accanto.

Magari voleva insegnarci che il cosiddetto servizio, la cosiddetta “carità” è scomoda da esercitare, e che non si fa da seduti, bensì chini davanti al fratello…magari addirittura chini davanti a quello per il quale si nutre meno inclinazione…

Magari voleva insegnarci a non illudersi che si possa fare festa o vivere la vita “laicamente”, o impegnarsi a voler migliorare le condizioni di vita dei più sfortunati a prescindere da Lui. Infatti in un'altra circostanza già aveva avuto modo di dire “Senza di me non potete fare niente!”

Magari voleva insegnarci a tenere alta la guardia perché il “nemico” trova sempre il sistema per turbare il nostro cuore e per fiaccare la nostra anima, anche nel bel mezzo di una situazione normalissima come quella di una cena tra amici…insinuando dubbi, ammiccando, deridendo la nostra fede…

Magari voleva farci capire che la vera festa sarà quando siederemo a tavola per non rialzarci più per sparecchiare…finalmente a tavola dove gusteremo la vera specialità della vita dal forte sapore d’amore…E i posti a sedere saranno tutti numerati perché Papà ama tutti i suoi figli e sarà bello vederlo aggirarsi tra i tavoli imbanditi con il suo dolce sorriso quando ci riconoscerà uno per uno…magari ammiccando di tanto in tanto a Mamma.

(Gigi Avanti)


(Gigi Avanti)

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PARTE LITURGICA


Benedizione iniziale: nel prepararci a celebrare il mistero del Dio che si fa pane invochiamo la sua benedizione perché nutrita alla sua mensa, la nostra anima possa uscirne corroborata e festosa.


Preghiera dei fedeli :

Ti preghiamo, o Signore, perché la tua Chiesa sia capace di essere cibo genuino per le anime affamate di Te. Ascoltaci, o Signore.

Ti preghiamo, o Signore, per tutti i credenti che fanno della Parola il loro nutrimento quotidiano affinché tengano sempre conto che essa si è fatta Carne e Pane. Ascoltaci, o Signore.

Ti preghiamo, o Signore, per tutte quelle anime che sono affamate di Te a loro insaputa, perché qualcosa le possa far accorgere del loro vero bisogno. Ascoltaci, o Signore.

Ti preghiamo, o Signore, per tutti i consacrati e le consacrate alla causa del tuo Regno, affinché possano sostanziare quotidianamente la loro scelta con il cibo eucaristico. Ascoltaci, o Signore.

Ti preghiamo, o Signore, per tutti coloro che vivono nel frastuono del quotidiano perché sentano il fascino e il richiamo del silenzio eucaristico . Ascoltaci, o Signore.

Benedizione finale:nel ringraziare il Signore per averci nutriti alla sua mensa lo invochiamo perché non faccia mai venir meno l’appetito per il cibo dell’anima e il gusto delle realtà celesti.

 

OMELIA DELLA DOMENICA 22 MARZO 2009
(Gv.
3,14-21)

L’uomo è sempre alla ricerca di certezze, di rassicurazioni, soprattutto quando è alle prese con decisioni importanti da prendere. Il bisogno di trovare certezze si può paragonare alla necessità, per delle fondamenta di un edificio che si vuole costruire, di trovare un terreno solido, stabile e sicuro su cui poggiare. Sarà per questo che tale bisogno viene detto “profondo”…così come si dice delle “fondamenta”… Quando l’essere umano trova soddisfazione a questo suo bisogno profondo, il risultato è quello di una esistenza emotivamente stabile appunto perché spiritualmente sana (la casa costruita sulla roccia…). Ma qui comincia il lato curioso della questione. La risposta che si cerca non sta dentro di sé, ma fuori di sé ed in più viene offerta più che conquistata…Così come succede alle “fondamenta” di un edificio che, a prescindere da tutto e non pretendendo rassicurazioni preventive, devono fidarsi di venire buttate così nel profondo di un terreno. Come dire che la rassicurazione alle proprie domande prevede un atto di fede nella possibilità di una risposta già esistente. Come dire che l’appagamento di tale bisogno di rassicurazione non è il risultato di una somma di prove razionali, ma il risultato di un rischioso atto di fede…I mattoni più importanti di un edificio sono quelli che hanno creduto per primi allo strano destino di venire sotterrati e nascosti nel profondo del terreno… Come dire che per arrivare ad un risultato di appagamento della propria sete di ricerca è “fondamentale” credervi, fidarsi, dare per scontato che l’acqua preesiste alla sete, che il terreno preesiste al mattone, che il rispondere preesiste al domandare, che il tutto esiste prima delle parti… Ed è proprio l’atteggiamento che il brano affascinante del vangelo di oggi ci suggerisce, quello cioè del “cambiar marcia”, quello del “convertirsi”, quello del ribaltamento nel modo di cercare, quello del credere “a priori” godendo delle prove che verranno “a posteriori” anziché quello un po’ arcaico, e magari anche un po’ narcisista, di voler collezionare prove a “priori” riservandosi di godere a raccolta avvenuta. Ma quando ci si decide a volere che la raccolta delle prove sia sufficiente? Più ancora, quale dei due rischi è più elettrizzante per l’anima fatta per alte vette? Quello di una razionalità sussiegosa e sospettosa, mai doma e mai sazia di spiegazioni o quella di una fede semplice e umile (la parola “umile”, etimologicamente, vuol dire “humus”, terreno…dove stanno le fondamenta…)? Un breve scambio di battute con una delle mie figlie all’età della loro adolescenza può illustrare concretamente quanto sia più redditizio per la stabilità e quiete esistenziale il “credere” come prioritario al “cercare prove per credere”. E se uno, questa inclinazione al credere (dono) se la trova dentro, se la tenga stretta. Un giorno, durante uno dei tanti pranzi familiari, chiesi a bruciapelo a una delle mie figlie: “Ma come fai a essere sicura che io sono il tuo papà?” E lei mi rispose: ”Perché me l’hai detto tu”. Ed io di rincalzo: “Quindi ci credi…”. Il resto lo lascio immaginare. Il brano di vangelo di questa domenica che racconta del colloquio di Nicodemo che cerca “rassicurazioni” da Gesù si può leggere anche in questa ottica psicologico-spirituale. Nicodemo va in cerca di certezze, anzi della certezza principe che potrebbe dare una svolta alla sua vita o comunque caratterizzarla in modo più congruo ed essenziale per il tipo che era. Era infatti già un uomo perbene… E Gesù, più giovane di lui senza dubbio, con il suo stile paradossale sempre affascinante gli risponde che è meglio predisporsi a credere piuttosto che dannarsi l’anima a cercare prove (“Se uno non rinasce…”), più che arrovellarsi il cervello in cerca di spiegazioni e dimostrazioni è preferibile predisporre interiormente il cuore ad essere terreno morbido dove possa cadere il seme della fede. (“Signore, fa’ che io creda…”). Gesù, con il suo stile inconfondibile di relazionarsi con le persone facendole comunque sentire importanti, gli insegna che fidarsi vale di più che ragionare, che godere di trovare è molto più redditizio che affannarsi a cercare…con il rischio di non trovare, che fidarsi di quel tanto che basta per credere (i segni servono a questo…) è più conveniente che rimandare alle calende greche di decidersi a credere. C’è chi ha scritto: “Incomincia con l’ammirare quello che Dio ti mostra e non ti affannerai a cercare quello che Egli ti nasconde” (A. Dumas). Nicodemo, pieno di paura come l’uomo d’oggi, quella notte era riuscito a scovare Gesù…forse perché , di nascosto, già credeva in Lui come Messia e Gesù si era fatto trovare, senza farlo pesare. Infatti, a ben considerare, il sermone sulla dinamica della fede che Nicodemo si sente fare dal giovane maestro…era più rivolto a noi uomini e donne d’oggi che non a lui…che neppure se lo meritava perché, tutto sommato, un brandello di fede già ce l’ aveva e che, invidiabilissima situazione, stava in compagnia con Gesù… Equilibrio esistenziale è quiete dell’anima. Lo stare in compagnia di Gesù (ed Egli ci ha indicato quella preferita, quella eucaristica, dalla quale si dipartono tutte le altre…prima fra tutte quella dell’amore solidale fraterno nel vivere le relazioni) è risposta alla inquietudine dell’uomo d’oggi, alla ossessiva ricerca di spiegazioni, allo stress esistenziale. Una volta, sebbene così giovane, Gesù ebbe a dire…ben conoscendo i mali dell’affanno che affliggono cuore,anima e ed anche corpo: “Venite in disparte e riposatevi un po’”. E’ un invito sempre valido e aperto a tutti…anche di notte.
(Gigi Avanti)

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OMELIA DEL 18 OTTOBRE 2008
(Mt.
22,15-21)

Esiste una falsità ancor più irritante di quella delle bugie, delle mezze verità, delle versioni menzognere degli eventi ed è quella dei sentimenti. Questa falsità dei sentimenti è chiamata “ipocrisia”ed è bollato come “ipocrita” chi gioca con i sentimenti, chi a parole dice una cosa ma nel cuore ha ben altro… Il termine “ipocrisia” nella etimologia della lingua greca significa “simulazione” e il termine “ipocrita” vuol dire “attore”. Si è quindi “ipocriti” quando si recita una parte, quando si esprime cioè un sentimento che non trova riscontro nel profondo del cuore. Quanta “ipocrisia” infatti c’è in tante espressioni formali di uso corrente, come ad esempio… “è stato un vero piacere” e quanta in certi comportamenti, come ad esempio quando si ammanta con un gelido sorriso esteriore una bruciante invidia interiore! A livello soltanto psicologico l’ipocrita vive, spesso inconsapevolmente, una profonda lacerazione interiore che a lungo andare mina la relazione con le persone fino distruggerla. Nel brano del vangelo di oggi che spesso, e magari anche opportunamente, viene interpretato come richiamo ai doveri del cittadino (e del credente), c’è un doppio livello di messaggio da poter cogliere. Il primo livello è proprio quello della richiesta fatta a Gesù dai farisei sulla liceità o meno di “pagare il tributo a Cesare”. E su questa richiesta Gesù se la sbriga (dopo aver voluto vedere concretamente la moneta in uso allora) con la sua conosciutissima magistrale risposta “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” ricordando che ci sono “doveri” (e non solo diritti) da onorare come “cittadini di uno stato” e “doveri” (e non solo diritti) da rispettare come “cittadini della terra”, doveri di cittadini e doveri di creature.. Ma prima ancora di arrivare a questa disarmante indicazione di comportamento etico in senso lato, egli si situa ad un livello più profondo, quello del cuore, per cercare di snidare il sentimento “ipocrita” che vi alberga. E lo fa con il suo incalzante domandare, anziché con un frettoloso rispondere…Questa usanza di rispondere ad una domanda ponendo un’altra domanda è tipica della cultura ebraica ed è ricorrente nei dialoghi di Gesù. Si racconta infatti in proposito che una volta fu proprio chiesto ad un ebreo come mai fosse usanza presso gli ebrei di rispondere ad una domanda ponendo un’altra domanda. E l’ebreo rispose: “E perché no?” Così fa Gesù. Alla domanda “ipocrita”, che sembrava cioè di “curiosità” socio-politica ma era ben altro, Gesù risponde chiedendo: “Ipocriti, perché mi tentate?” Con questa domanda che va dritta al livello del cuore Egli smaschera l’ipocrisia. E’ come se avesse detto loro: “Non siete curiosi di sapere la mia opinione sulle tasse da pagare, non siete “curiosi” di sapere da che parte sto, ma siete “maliziosi”, “tentatori”. Con tale risposta-domanda Gesù apre la strada ai farisei per una eventuale conversione del cuore. Ecco cosa può accadere nel lasciarsi incontrare da Gesù, può accadere di riuscire in un attimo a liberare il cuore da quanto lo appesantisce perché contrario all’amore. All’uomo “mascherato” non resta altra via di salvezza se non quella di riconoscere la maschera senza troppo vergognarsi. “Riconosci la tua tenebra ed essa svanirà” dice il saggio. Non accade però ai farisei di approfittare di questa “offerta” di Gesù. Rimangono sì stupiti dalla sua risposta, ma non vanno oltre. Anziché percorrere la nuova strada di un rapporto autentico con Gesù (lo stupore è sovente l’aurora della fede) preferiscono fare retromarcia con le pive nel sacco e con la coda tra le gambe. Il vangelo non riferisce come ci rimase Gesù vedendo questo “allontanamento”, ma c’è da giurare che ci rimase male. E sarà proprio questa “passione” sotterranea del suo cuore a portarlo alla croce issata sulla terra del Calvario. Ed è proprio questo il picco più alto di sofferenza che “patisce” lo stesso Dio, quello di assistere impotente di fronte al non lasciarsi amare da parte della sua creatura preferita. Così come scrive il poeta-psicoterapeuta Gigi Cortesi nel suo libro “Preghiere di un laico”: “Quando l’uomo non si lascia amare anche Dio conosce l’impotenza.” (www.ilmiolibro.it). A questo porta l’ipocrisia, a far soffrire Dio nel modo più bruciante…laddove invece la resa alla Verità porta alla Sua (e nostra) gioia più intensa.
(Gigi Avanti)

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OMELIA DEL 20 LUGLIO 2008
(Mt.
13,24-43)

Da piccolo, non avendo nonni a portata di mano (quelli paterni erano già morti, quelli materni erano lontani e la nonna era pure inferma…) ed essendo mio papà lontano da casa per via della guerra, le storie me le raccontava mia mamma. Non mi ricordo se le capivo o meno, ma percepivo vagamente che attraverso quei racconti veri o di fantasia, avrei dovuto apprendere l’arte di vivere. Arte che faticavo a mettere in connessione con quanto suggeriva la storia , come ad esempio nel caso della storia di santa Genoveffa che veniva nutrita con un tozzo di pane secco portatole da un corvo nero…Oppure come nel caso della storia di Cappuccetto Rosso che faticavo a credere femmina per via del copricapo declinato al maschile, del bosco che non capivo cosa fosse non essendoci ancora i cartoni animati a farmelo immaginare, della nonna che non riuscivo ad immaginare non avendola a portata di mano…per non dire del lupo di cui al paese dove abitavo esisteva una strada dal nome spaventevole per noi bambini, “via cantalupo” appunto, da evitare assolutamente di andarci, sia in concreto che nella fantasia… Insomma, un bel pasticcio e una vera difficoltà imparare a vivere per via di storie e racconti…ma la faccenda divenne via via più facile (“tutto è difficile prima di essere facile” ammonisce un vecchio adagio) mano a mano che mi imbattevo nelle parabole del vangelo. E fu proprio grazie ad esse che, curiosamente e misteriosamente, iniziarono a piacermi e ad affascinarmi altre storie, metafore, allegorie, paradossi, enigmi… fino al punto da considerare la vita medesima una sorta di misteriosa ed immensa metafora.

I simpatici paradossi di Gesù…

Andando dritti al vangelo di oggi, è quasi divertente notare con quale gusto Gesù nasconda nelle sue parabole il fascino del mistero…e lo nasconda soprattutto ai saputoni. Sembra quasi divertirsi a velare e a vestire con delicato pudore la sconvolgente e disarmante nudità della verità del Regno dei cieli. Sembra quasi provar gusto a voler ubriacare la mente con il forte spirito del paradosso. Paradosso che si nota subito nel divertente contrasto della descrizione del Regno dei cieli fatta con spunti e riferimenti strettamente legati alla terra… Forse, e senza forse, per insinuare l’idea della possibilità e convenienza di poter vivere sulla terra come se fosse già il cielo, di non aspettare cioè a vivere bene quando non ci saranno più problemi esistenziali… Idea anche psicologicamente corretta e spiritualmente senza alternativa… Come a dire che chi ha intuito essere il Regno dei cieli la realtà suprema cui riferirsi nel proprio pensare ed operare quotidiano deve poterne trarre le dovute conseguenze e cioè riconoscere che gli atteggiamenti di vita da Regno dei cieli trovano tranquillamente posto e collocazione già nel “qui ed ora” del vivere quotidiano sulla terra. Altrimenti, che senso avrebbe la perentoria affermazione di Gesù: “Il Regno dei cieli è in mezzo a voi”, e più ancora: “Cercate innanzitutto il Regno di Dio e il resto vi sarà dato in sovrappiù”?

Bando a collere, paure e tristezze…

Vivere da Regno dei cieli sulla terra comporta quindi di derivare dalla fede tutta una serie di atteggiamenti interiori virtuosi che ci contraddistinguono e che siano in grado di contenere e di rintuzzare gli inevitabili attacchi di collera e rabbia contro il male (compresa anche la zizzania che viene da dentro il nostro cuore), di paura per l’apparente non senso o piccolezza del nostro darci da fare (tutti i semi sono piccoli…compreso quello di senape), di mestizia o dolore per il non riconoscimento del nostro operare, per una approvazione che non arriva mai, per un applauso che ci farebbe aprire le piume del pavone e chiudere però con il Regno di Dio (Dio vede nel segreto e applaude alla fine …per il lavoro di lievito che ci ha concesso di fare).
Vivere da Regno dei cieli
sulla terra comporta quindi pazienza infinita nei rapporti interpersonali (e non intransigenza di giudizio, condanna astiosa del male altrui…) fiducia sorridente nel Dio che ci fatto con i nostri talenti e limiti e sa bene come mai (e non sospirosa lamentazione per l’altrui, e propria, pochezza ), tenacia poderosa contro lo scoramento per un riconoscimento che non arriva o peggio per una derisione che arriva puntuale a umiliare la nostra inutilità… Vivere da Regno dei cieli equivale concretamente a vivere sulla terra come se fosse il paradiso, mettendo proprio tutto nelle mani di Dio, lasciandosi proprio andare a fare soltanto la sua volontà , che appunto perché santa faciliterebbe anche a noi, per contagio paradossale, la santificazione La quale santificazione sembra proprio passare per questa coordinate: non prendersela troppo contro il male (zizzania) , non immusonirsi per la piccolezza o marginalità del proprio posto nel grande quadro del Regno di Dio (piccole seme di senape), né tantomeno farsi il sangue acido di risentimenti per l’invisibilità del proprio operare (lievito).
(Gigi Avanti)

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Parte liturgica della Domenica 20 LUGLIO 2008


Benedizione iniziale:
nell’accingerci a celebrare questi sacri misteri invochiamo la grazia del Signore Dio Padre perché ci sostenga sempre nella nostra intenzione di servire la causa del Suo Regno.

Preghiera dei fedeli:
Ti preghiamo, o Signore, per la tua Chiesa affinché sia sempre sensibile alla causa del tuo Regno i cui confini sono sovente più ampi di quelli che noi immaginiamo. Ti preghiamo, o Signore, per coloro che hanno consacrato la vita alla causa del tuo Regno perché non li sorprenda tentazione di scoramento o di pigrizia. Ti preghiamo, o Signore, soprattutto per coloro che, magari a loro insaputa, servono la causa del tuo Regno, affinché nulla vada perduto del loro anonimo amare. Ti preghiamo, o Signore, di preservarci dalla tentazione delle grandi opere e di farci gustare l’umile servizio per la causa del tuo Regno. Ti preghiamo, o Signore, di concederci la grazia di non fare chiasso contro il male, ma di essere silenziosi e inosservati servitori della causa del tuo Regno.

Orazione finale:
ringraziamo il Padre che ha nutrito la nostra anima con il cibo sostanzioso dell’Eucaristia, vera forza del loro Spirito, che ci sostiene nella testimonianza quotidiana per la causa del suo Regno


OMELIA DEL 13 APRILE 2008
(4a di Pasqua; Gv.
10,1-10)

Gli studiosi della comunicazione umana attribuiscono al “tono di voce” il 30% della totalità della comunicazione medesima. Quando si parla con una persona le cose stanno così, sempre secondo le ricerche degli studiosi: il 10% del comunicare è dato dal pensiero, dal concetto, dal contenuto, il 30% è dato appunto dal tono di voce con cui si trasmette quel contenuto di pensiero e il rimanente 60% è dato dalla gestualità fisica (postura della persona, espressione del volto, sguardo…). Il “tono di voce” quindi occupa uno spazio comunicazionale superiore a quello del “contenuto”, senza parlare poi del cosiddetto “non verbale” che si prende la fetta più grossa della comunicazione. Perché questo? Perché il “tono di voce” trasmette il “sentimento”, lo “stato d’animo emotivo” che fanno da sottofondo alla trasmissione del pensiero. Senza parlare poi dei movimenti e dei gesti del corpo nel suo insieme e nei suoi particolari…Per cui chi vuole “comunicare” in maniera sana e comprensibile dovrebbe essere attento a curare la congruità tra “contenuto”, “tono di voce” e “gestualità del corpo” onde non rischiare incomprensione o, quel che è peggio, onde non rischiare di contraddire con la “voce” quanto si sta affermando come pensiero: Chi vuole ben comunicare, paradossalmente parlando, dovrebbe fare attenzione più a “come” parla che a “cosa” dice: Il “come” infatti (che comprende sia il tono di voce che la gestualità del corpo) copre la quasi totalità del comunicare (90%) a fronte di un ridottissimo 10% del contenuto di pensiero. Nel brano del vangelo di oggi (conosciuto come quello del buon pastore) ci piace sottolineare proprio il riferimento costante alla “voce”, la “voce” del pastore che le pecore conoscono.. a fronte di quella dell’estraneo che le pecore non riconoscono. E’ come se Gesù volesse comunicare: “Fidatevi soltanto di chi vi vuole bene”, “Seguite soltanto chi vi ama”, “Fidatevi soltanto di Chi sa entrare in voi per la porta del cuore”, “Non fidatevi di coloro che entrano per altra via per arrivare a voi”, (via che può essere quella della razionalità senza cuore o con cuore sclerotico, del ricatto intellettuale, della manipolazione subdola della mente…) E’ come se Gesù dicesse: “Costui, che è capace di entrare per la via del cuore, lo riconoscerete immediatamente dal semplice ascoltare il “tono della sua voce”…che tradisce senza inganno il suo amore per voi” Il buon pastore si riconosce dalla “voce” perché la “voce” trasmette subito il calore del sentimento, il calore dell’amore. Ma , pur avendo comunicato questo chiaro e lucido contenuto di pensiero seppur in modo parabolico, “essi non compresero quali erano le cose che andava loro dicendo”. Allora Gesù cerca di “precisare” il contenuto appena espresso facendo coincidere “pastore che entra dalla porta” con “io sono la porta”… Troppo facile…”Io sono l’Amore”… Quella “voce” cioè è, al tempo stesso, pastore e porta, sintesi e ricchezza di quell’amore capace di “pascere” a dovere le sue pecore. Pecore che “chiama per nome”, “conduce fuori”, “cammina innanzi a loro”… Ecco la “gestualità” del pastore che ama le sue pecore. Le pecore riconoscono il loro pastore, anche oggi, se egli sta insieme a loro. E’ forse, questa, una delicata indicazione “pastorale” di una modalità di presenza del pastore tra le sue pecore che sia più affettiva e visibile, più incarnata e concreta rispetto a forme di presenza che appaiono talvolta distaccate o prevalentemente di ruolo. Questa presenza “pastorale” più affettiva e incarnata comporta però anche, da parte delle pecore, una sequela maggiormente calda e appassionata del “pastore”, una sequela di fede fattiva ed affettiva e non una sequela da “pecoroni”.
Gigi Avanti

Parte liturgica della Domenica 13 aprile

Benedizione iniziale: Nell’accingerci a celebrare questi santi misteri chiediamo al Signore Dio di rendere attente le orecchie della nostra anima al suono della voce del Pastore e di seguirlo laddove Egli ci vorrà condurre.

Preghiera dei fedeli:
Ti preghiamo, o Signore, per la Chiesa tuo gregge prediletto, affinché sappia sempre discernere in mezzo al frastuono e al rumore di voci false il suono riconoscibile della tua voce.
Ti preghiamo, o Signore, per tutte quelle pecore del tuo gregge che per debolezza d’udito rischiano troppo spesso di confondersi andando appresso a chi fa la voce più grossa o a chi ha la voce più accattivante.
Ti preghiamo, o Signore, perché le pecore che sono uscite dall’ovile fidandosi di chi non era entrato dalla porta per condurle fuori a pascolare, si accorgano in tempo della loro imprudenza e rincasino subito.
Ti preghiamo, o Signore, perché tutti i Pastori sappiano prendere esempio da te stando presenti in mezzo alle loro pecore, limitandosi a pascerle con il sorriso nel cuore.
Ti preghiamo, o Signore, per tutti noi affinché abbiamo sempre la possibilità di riconoscere chi ci vuole veramente un bene dell’anima così da contraccambiarlo come ci hai insegnato tu.

Preghiera finale: Nutriti dal sacramento eucaristico, ringraziamo il Signore dal profondo del cuore e gli chiediamo di confortarci sempre con la sua presenza amorevole e con il richiamo della sua voce così da non correre alcun rischio di allontanamento o di smarrimento. Amen.

OMELIA DEL 27 GENNAIO 2008
(3a per annum; Mt.
4,12-23)

E’ sempre misterioso e curioso come una notizia o un evento suscitino nelle persone che ne vengono a conoscenza delle reazioni e dei comportamenti tanto diversi, addirittura contrapposti.
Un esempio per tutti, di casa nostra: la informazione arrivata ai Magi che sarebbe nato in Israele un personaggio importante determina in loro la decisione di lasciare abitudini di vita e forse anche comodità per andare ad adorarlo; la medesima informazione arrivata ad Erode fa scattare in lui la decisione di uccidere il bambino appena nato.
Quindi il problema non sta tanto nella informazione o nell’evento in se stesso, quanto nella lettura o nella interpretazione che la persona dà di quella informazione o di quell’evento.
E questa lettura è certamente influenzata dalla interiorità della persona, dalla sua psicologia, dalla sua indole, dal mondo di valori a cui essa fa riferimento. Pertanto tale lettura può essere centrata su di sé, sulla propria storia personale oppure può tener conto anche degli altri, dello spirito della storia. E qui il mistero si infittisce andando a toccare il nucleo profondo dell’anima, della coscienza, della libertà personali.
Ed è proprio qui, in questa possibilità di scegliere tra storia personale o spirito della storia che si vive il dramma principale della propria esistenza.. Ma il primo tranello da evitare è quello rappresentato da quel aut aut che va trasformato in un possibile et et. Al posto cioè di questa o quella è possibile la sintesi di questa e quella. Come dire che la propria storia personale si dipana soltanto assecondando lo spirito della storia. E ciò comporta, ovviamente, il sacrificio del proprio io o quantomeno un ridimensionamento delle proprie vedute.
In piena regola con la dinamica della storia della salvezza. Il proprio io si salva perdendolo. “Chi perderà la sua vita, la salverà…” avrà modo di affermare Gesù.
Quel Gesù che nel brano del vangelo di oggi chiarisce in maniera lampante le considerazioni d’inizio facendole assurgere a parametro spirituale di riferimento per chi voglia vivere in maniera sensata la propria storia e la propria piccola missione nella storia.
Per coglierne appieno il significato è opportuno focalizzare l’attenzione sui verbi (i verbi indicano i comportamenti dei soggetti personali nel periodo grammaticale): si racconta che Gesù saputo che Giovanni Battista era stato arrestato, si ritirò in Galilea…poi, lasciata Nazaret…venne ad abitare a Cafarnao…perché si adempisse quella che era stato scritto dal profeta Isaia.
Chiunque venisse a sapere che un proprio parente è stato arrestato correrebbe in questura a chiedere spiegazioni! Gesù no, Gesù si comporta in modo umanamente anomalo, ma spiritualmente saggio, coraggioso e corretto.
Non segue l’istinto personale, individuale, ma lo Spirito della storia. Il suo comportamento anomalo di ritirarsi in Galilea, di lasciare definitivamente la sua casa e trasferirsi a Cafarnao non segue una logica egocentrica, ma la logica dello Spirito della Storia (“perché si adempisse quello che Isaia aveva già profetizzato…” taglia corto Matteo).
Da allora, continua la narrazione, cominciò a predicare e mentre camminava…incontrò due pescatori…disse loro….(……) e percorreva la Galilea predicando, insegnando, curando ogni male e infermità.
Che curioso utilizzo della informazione dell’arresto del cugino fa Gesù! A questo comportamento anomalo conduce l’utilizzo non egocentrico di una informazione, di un evento che ci tocca, di una chiamata. Ed è esperienza, questa, possibile per tutti se ci si vuole qualificare del nome di cristiani. “L’esperienza non è ciò che accade a una persona, ma ciò che una persona decide di fare con ciò che le accade” (A. Huxley)
E’ storia possibile per ciascun cristiano, basta non perder d’occhio Gesù . Per ognuno di noi diventa rassicurante e risolutivo del proprio destino personale, seguire Gesù, tenergli dietro, non perderlo di vista.
Ne trae giovamento il proprio equilibrio esistenziale se è vero ciò che la regola antica suggerisce e cioè che nella vita si sta bene quando si riesce a far combaciare ciò che noi vogliamo dalla vita con quello che la vita vuole da noi. Se salta questo equilibrio, sono guai
Ed è anche una sintesi felice perché il cristiano sa che ciò che lui vuole dalla vita deve combaciare con quello che Dio Padre vuole da lui!
Che è esattamente quello che ha fatto Gesù, complice lo Spirito Santo…Altro che anomalie comportamentali!

(GIGI AVANTI)

PARTE LITURGICA 3° domenica per annum
(27 gennaio 2008)

Ammonizione iniziale: nell’accingerci a celebrare questi santi misteri, invochiamo l’azione dello Spirito affinché non ci faccia mai mancare la grazia di saper sempre discernere l’orientamento da dare ai nostri comportamenti in ordine alla nostra salvezza e a quella dei nostri cari.

Preghiera dei fedeli: Ti preghiamo, o Signore, per la chiesa intera affinché sappia fare tesoro e buon uso della notizia-evento della salvezza universale portata da Cristo. Ascoltaci, o Signore.
Ti, preghiamo o Signore, per laici, religiosi, preti, vescovi e Papa perché si lascino incontrare ogni giorno da Gesù che cammina sulla loro strada. Ascoltaci, o Signore.
Ti preghiamo, o Signore, per tutti noi che ci diciamo cristiani nonostante le continue contraddizioni che caratterizzano sovente i nostri comportamenti, affinché tu ne abbia misericordia. Ascoltaci, o Signore.
Ti preghiamo, o Signore, per gli uomini e le donne del nostro tempo, affinché sappiano cogliere l’attimo in cui Gesù passa loro accanto sulla strada della vita. Ascoltaci, o Signore.
Ti preghiamo, o Signore, per coloro che per stanchezza o negligenza, hanno smesso di seguirti, affinché faccia risentire loro il fascino della tua chiamata.. Ascoltaci, o Signore.

Dopo la Comunione. nel ringraziare il Signore per averci nutrito con l’abbondanza del suo cibo, lo preghiamo di voler stare sempre con noi perché possiamo essere capaci di aiuto ai fratelli nelle varie forme di carità.

(Gigi Avanti)

(L’archivio delle omelie lo si può consultare sul sito www.omelie.org )

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OMELIA DELL’11 NOVEMBRE
(Luca, 20,27-38)

Quando qualcuno ci vuole mettere all’angolo (o in mutande, come si suol dire) premeditatamente con domande o ragionamenti tendenziosi, in genere lo scopriamo subito e ci allertiamo alla difesa. Perché avviene questo? Semplicemente perché l’interesse di quel qualcuno non è rivolto sinceramente a trovare risposta ai suoi quesiti, ma a colpire la persona a cui si era rivolto.
   Lo scopo che questo qualcuno intende raggiungere non è tanto quello di venire a capo di una questione, ma quello di mettere alle corde l’interlocutore per magari vederlo sconfitto…che è poi la dinamica di ogni litigio. Anziché sulla questione, l’attenzione  è rivolta contro la persona
   Anziché affrontare la questione, si affronta la persona, con il risultato della irritazione reciproca dei due interlocutori e della questione non risolta
   Nel brano del vangelo di oggi, invece, accade esattamente il contrario: la questione è risolta e i due interlocutori  (Gesù e i Sadducei) risultano soddisfatti.
   Va subito precisato comunque che Gesù, in questa circostanza, non vuole certo insegnare l’arte di non litigare  (anche se qualche dritta sulla correttezza del dialogo e  del confronto dialettico si potrebbe ricavare).
   Egli intende semplicemente affermare uno dei capisaldi della sua dottrina, la verità inconfutabile dell’esistenza della vita oltre la vita. Verità che i Sadducei negavano imbastendo un ragionamento curioso: se l’al di là esiste, come la mettiamo con la situazione di una donna che ha avuto in questa vita, in successione, sette mariti? Di chi sarà la moglie nell’al di là?
   Gesù non si mette a disquisire, a precisare con distinguo e sofismi, ma colloca la risposta ad un livello superiore. Si sposta dal livello della ipotesi, della teoria a quello della pratica, della realtà. Anche in filosofia si afferma che “contra factum non valet argumentum” (di fronte alla realtà non tengono le chiacchere).
   E il fatto è il Dio dei viventi (di Abramo, Isacco, di Giacobbe…che quindi sono attualmente vivi).
Come dire che se Dio esiste (e questo i Sadducei lo riconoscevano) esiste la vita senza soluzione di continuità, quindi la vita oltre la vita. La distinzione tra al di qua e al di là deriva dalla dimensione creaturale del tempo-spazio, che come tale fa parte anch’essa del mistero del Dio Creatore del mondo.
   Dio non è un guardiano di cimiteri, ancorché chiamati camposanti, ma un Dio dei viventi. Il brano del vangelo conclude poi che i Sadducei non osarono più replicare.
   Davanti alla verità in persona c’è poco da replicare, non rimane che la possibilità di un silenzio assorto e stupito…
   Il medesimo silenzio che adotterà di lì a poco Gesù in risposta alla domanda processuale di Pilato “QUID EST VERITAS” (che cos’è la verità). Silenzio…perché la risposta sta nella verità della sua Persona lì presente. Qualcuno ha scoperto infatti che anagrammando la domanda in lingua latina QUID EST VERITAS si ricava la risposta seguente EST VIR QUI ADEST (è l’uomo che è qui presente).
   Il passaggio è ancora una volta dal piano teorico del “quid” (della cosa, dell’opinione) a quello reale e pratico del “qui” (della persona, della verità).
   Ce n’è a sufficienza  per l’uomo moderno così attaccato alle proprie idee-opinioni, da mettere i secondo piano le persone, e così innamorato della propria opinione  da prenderla per verità.

   Questo aforisma potrebbe farlo riflettere. “La verità era uno specchio che, cadendo, si ruppe. Ciascuno ne prese un pezzo e, vedendovi riflessa la propria immagine, credette di possedere l’intera verità” (Rumì, grande mistico musulmano).
   Guardare in faccia la verità è una curiosa espressione che lascia intendere che la Verità possa essere proprio una Persona. Sarà per questo che i Sadducei rimasero spiazzati dalla risposta e  così attoniti davanti alla Persona Vera per eccellenza?
   E non sarà che l’uomo moderno, ubriacato da finzioni e immagini, nutrito di opinioni e magari di pregiudizi,  non abbia più il coraggio o la capacità di guardare in faccia la VERITA’?

(Gigi Avanti)

(L’archivio delle omelie lo si può consultare sul sito www.omelie.org )

gigi avanti

OMELIA della domenica 19 agosto 2007

E’ curioso notare come nell’ambito delle relazione umane si possano dare consigli, fare osservazioni, portare critiche o rimproveri con due stati d’animo e toni di voce diametralmente opposti, l’uno seccato e nervoso, arrogante e quasi offensivo tale da fare risultare antipatico anche colui che si atteggia a maestro di vita e l’altro appassionato e vibrante, assertivo e forte tale da indurre alla accettazione sia del rimprovero o della ammonizione sia di chi la da.
E questa diversa reazione emotiva da parte del destinatario del rimprovero o della ammonizione ha una spiegazione: uno stato d’animo, il primo, centrato prevalentemente sul proprio “io” al quale secca sempre uscire perdente e fare brutta figura; uno stato d’animo, il secondo, volto prevalentemente al bene di chi si sta correggendo o ammonendo, uno stato d’animo pertanto disinteressato e perciò stesso benefico.
E’ proprio la situazione del vangelo di oggi che presenta un Gesù talmente consapevole della radicalità delle istanze del Regno di Dio da farlo parlare in maniera decisa, quasi seccata, assertiva, provocatoria , viscerale…”Pensate che sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione”. Una affermazione paradossale! E’ un aut-aut che fa ritornare alla mente quell’altra forse più nota “Chi non è con me è contro di me”.
Siamo ad una svolta misteriosamente decisiva della esperienza terrena di Gesù: egli decide di salire a Gerusalemme ben consapevole di quello che gli accadrà. Si direbbe che sotto questa pressione spirituale la sua missione salvifica subisca una accelerazione significativa tale da indurlo a concentrare il suo insegnamento sul Regno in una serie di parabole e di forti ammonimenti e strigliate che mettono in risalto l’urgenza della conversione.
Queste tirate d’orecchie non lasciano scampo, non permettono tentennamenti o dilazioni, non consentono di rifugiarsi in nicchie di comoda e impossibile “neutralità”. La radicalità delle istanze del Regno di Dio sollecita all’urgenza di uno schieramento convinto, spinge prepotentemente ad una scelta “adulta” per il Regno di Dio evitando “fondamentalismi” verso gli altri, ma parimenti incoraggiando forza e tenacia nella sequela di Gesù. Quella forza e quella tenacia adulta che soltanto la preghiera quotidiana allo Spirito può alimentare.
Nel nostro tempo così imbambolato dal torpore del relativismo, l’interrogativo di Gesù. l’adulto, “Perché non giudicate da voi stessi?” si rivolge senza giri di parole al nostro io adulto perché si renda conto urgentemente di cosa sia veramente “importante”.
Nel nostro tempo così confuso e annoiato, carico di tensioni ma con scadente tensione morale, dove anche certi cristiani vengono distratti dalle mille “urgenze” della vita terrena fino a relegare in secondo piano o addirittura a trascurare la cosa più “importante” (che è la scelta di campo per il Regno di Dio… con tutto quel che ne consegue) lo sfogo didattico di Gesù è preciso e invita a saper leggere da noi con solerzia e sollecitudine i segni dei tempi e di trarne subito, quotidianamente, le logiche conseguenze… in barba alla paura di venire incompresi, derisi, emarginati, vilipesi, perseguitati, traditi, uccisi…
Questa strigliata di Gesù “ma cosa credete che sia venuto a fare?”, “non avete intelligenza per capire da voi?” non scaturisce da una sotterranea vanità seduttiva dell’uomo Gesù a caccia di adesioni alla sua persona, ma nasce dalla passione con cui vuole compiere la volontà del Padre al quale sta a cuore di riempire fino all’orlo il suo paradiso.
E sarà proprio questo “interesse disinteressato” per la causa del Regno del Padre a condurlo consapevolmente a giocarsi così tragicamente la sua vita “terrena”e , paradossalmente, a costituire la sua forza seduttiva “quando sarò innalzato attirerò tutti a me”.
Ed è proprio queste “interesse disinteressato” ad indicare la struttura e la dinamica di uno stile di vita cristiana adulta , soprattutto fuori dagli spazi protetti delle assemblee liturgiche o simili. “Cercate prima di tutto il Regno di Dio e il resto vi verrà dato in sovrappiù”.
E sarà proprio per questo interesse disinteressato che Gesù verrà applaudito dal Padre… a risurrezione avvenuta
Quel Padre che non vede l’ora di poter accogliere nella sua Casa chiunque bussi alla porta larghissima della sua infinita misericordia…purchè ci si sbrighi ad accelerare il passo sulla strada che vi ci conduce.

(Gigi Avanti)

(L’archivio delle omelie lo si può consultare sul sito www.omelie.org )

gigi avanti

OMELIA DEL 20 MAGGIO (ascensione)
(Gigi Avanti)

Quando si legge il vangelo non lo si fa certamente per venire a sapere come va a finire la storia di Gesù, ma lo si fa per cercare di scoprire come orientare la nostra vita per poter finire come lui, cioè “bene” nel vero senso della parola.
E per cercare di scoprire questo abbiamo a disposizione commenti, studi e approfondimenti della Parola di Dio di estremo valore e, guarda caso, sempre attuali.
Sarà per questo che molti esegeti del testo sacro suggeriscono di partire sempre da situazioni di vita “concreta” da confrontare con episodi e parabole della vita di Gesù, onde ricavare da questo “confronto” un adeguato e sostanzioso nutrimento spirituale
Non sempre è facile però trovare questo aggancio, questo corrispettivo tra un evento o un detto di Gesù e una analoga situazione concreta della esistenza umana..
E’ proprio il caso dell’evento narrato da Luca in questa domenica, l’evento dell’ascensione di Gesù al cielo...
Un evento talmente “unico” tale da non impedire però alla fantasia di immaginare una situazione di vita concreta dove, per esempio, si viene “lasciati” da una persona cara una volta che questa ha compiuto la sua missione o svolto il suo compito… Si è lasciati da questa persona “concreta”, ma non certo dal suo amore.
Un evento talmente “unico” quello dell’ascensione di Gesù, una volta compiuta la sua missione terrena, da permettere all’anima di intuire subitamente come continuare tale “missione”, e con quale stato d’animo, nell’attesa del suo ritorno…
Queste “intuizioni” dell’anima sono prelibato cibo spirituale e sono contenute nelle sobrie parole e indicazioni operative di Gesù proprio nel momento del suo “distacco”
Parole e indicazioni che vale la pena di rileggere con molta calma perché costituiscono lo “stato dell’essere”, lo stato di “normalità” del credente cristiano …fino alla fine dei tempi.
Rileggerle con molta calma, perché si depositino ai livelli più profondi dell’anima e da lì inizino, come seme nascosto, a mettere radici e poi diventare albero portatore di quel frutto così raro dello Spirito che è la “gioia”
“Manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso, ma voi restate in città finchè non siate rivestiti di potenza dall’alto… Poi li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani li benedisse, Mentre li benediceva si staccò da loro e fu portato verso il cielo. Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia: e stavano sempre nel tempio lodando Dio”
“Con grande gioia” vale la pena di ricordare, che dovrebbe costituire il feriale e normale stato d’animo dell’anima credente e del cuore amante. Grande gioia, il cui unico e universale vestito è quello del sorriso. Grande gioia dello stare insieme come fratelli…dal volto sorridente.
A fronte, purtroppo, di diffuse forme di aggregazioni di credenti (e persino di forme di testimonianza individuale o di gruppo) talvolta troppo sbilanciate nel senso della mestizia, del sospiro, della lamentazione sterile, del dolore metabolizzato in accidia, del muso, dell’espressione schifata o scandalizzata del volto… a causa del dilagare del male. Senza fare menzione di certe catechesi o omelie per le quali sarebbe meglio invocare direttamente l’intervento “misericordioso” di Dio in persona.
Mi viene spontaneo ricordare questo aneddoto della vita di Madre Teresa di Calcutta da lei stessa raccontato.

“Alcune persone vennero a trovarmi a Calcutta e, prima di partire, mi pregarono: - ci dica qualcosa che ci aiuti a vivere meglio -. E io dissi loro: -SORRIDETE gli uni agli altri; sorridete a vostra moglie, a vostro marito,ai vostri figli; poco importa chi sia quello a cui sorridete; questo vi aiuterà a vivere meglio e a CRESCERE NELL’AMORE RECIPROCO -.
Allora uno di quelli mi domandò: - Lei è sposata?- . – Si, risposi, e qualche volta trovo difficile sorridere a LUI - .
Ed è vero. Anche Gesù può essere molto esigente ed è proprio quando Egli è così esigente che è molto bello rispondergli con un grande sorriso”

 

Omelia del 25 febbraio (1° domenica di quaresima)
(Gigi Avanti)

Fin da piccoli ci si sente dire dell’angioletto e del diavoletto che stanno alle nostre spalle e che ci tirano uno da una parte e uno dall’altra…Tanti ricorderanno anche la simpatica filastrocca pedagogica invitante al perdono “mannaggia al diavoletto che ci ha fatto litigà…pace, pace, pace”.
Fin dall’infanzia ci vengono quindi precisati gli ambiti del bene e del male e si viene educati a discernere le azioni buone e quelle cattive fino ad arrivare gradatamente alla consapevolezza che non esistono i buoni e i cattivi, ma che ogni persona può fare cose buone e cose cattive.
E questa consapevolezza (che è essa stessa un dono da custodire con cura, pena l’atrofia della coscienza morale) dovrebbe durare tutta la vita consentendo ad ognuno di ringraziare Dio per il bene che ci ha concesso di fare e di chiedere perdono per il male compiuto.
Quando tale però consapevolezza viene meno, la persona entra nel marasma più totale e l’anima perde la bussola fino a perdersi negli oscuri labirinti del male.
Il brano del vangelo di oggi fotografa il momento esatto in cui l’anima potrebbe iniziare a perdere la bussola.
Lo Spirito Santo e lo spirito diabolico si affrontano nell’uomo-Dio Gesù in un drammatico scontro. E’ lo Spirito infatti a spingere Gesù nel deserto per essere tentato dal diavolo…e il diavolo lo aspetta al varco per mettere in atto il piano diabolico puntando sull’area dei desideri (avere potere, avere successo, avere tutto e subito…per se stessi). Tanto è stato detto e approfondito sulla dialettica di questo brano che si configura come una stupenda metafora dell’esistenza umana, applicabile alla quotidianità.
Quello che vorrei far risaltare qui è la solerzia con cui Gesù rintuzza i suadenti e demoniaci ragionamenti del maligno e lo fa ricorrendo ad altri ragionamenti di alto livello, quelli del suo Papà-Dio. La solerzia nel contrattaccare e il farlo con strumenti di alta qualità sconfiggono il nemico.
Con tali ragionamenti di alta qualità (la parola di Dio) Gesù passa dal piano dei desideri a quello dei bisogni veri e profondi dell’anima… Il potere lo avrà…ma in cielo oltre che sulla terra, il successo lo avrà, ma non per una manciata di applausi dopo una performance , bensì per l’abbraccio eterno dei credenti dopo aver dato tutto se stesso nell’unica prestazione gradita al Padre, il tutto e subito l’avrà con un lieve spostamento nel tempo. E’ come se Gesù avesse risposto al diavolo: “Tu mi vuoi ingannare con i tuoi ragionamenti umani, ma la mia anima è già nutrita dei ragionamenti di mio Papà, che è Dio”
Per vincere contro le tentazioni di ogni tipo occorre quindi contrattaccare subito ponendosi al livello dei bisogni dell’anima…che è sempre in contatto col suo Creatore. L’anima nasce “orante”, basterebbe lasciarla pregare…”fa’ che non cadiamo in tentazione”.
Commovente il tocco finale del brano “e gli angeli scesero a servirlo” (gli angeli sono gli “angioletti” diventati maturi…). Del diavolo nessuna traccia…Sconfitto, aumenterà la sua rabbia (impotenza) che continuerà a infrangersi contro la potenza della grazia. .

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AMMONIZIONE INIZIALE

Nell’accingerci a celebrare questi santi misteri chiediamo al Padre di inviarci il Suoi Santo Spirito così da non essere mai ingannati dalle lusinghe del maligno, ma attratti dallà. verità del Tuo Figlio prediletto.


PREGHIERA DEI FEDELI

Ti preghiamo, o Signore, per tutta la tua santa Chiesa, affinché riconosca subito le tentazioni del maligno in quale che sia forma esse si manifestino e sappia prontamente respingerle. Ascoltaci…
Ti preghiamo, o Signore, per coloro che fanno fatica a riconoscere la natura delle tentazioni diaboliche confondendole magari con i loro desideri. Ascoltaci…
Ti preghiamo, o Signore, di rendere solerte e scattante la nostra anima nel reagire alle ubriacanti lusinghe del maligno. Ascoltaci…
Ti chiediamo, o Signore di concederci la grazia della docilità ai richiami dello Spirito così da non cadere quando le tentazioni si facessero più suadenti. Ascoltaci…
Ti chiediamo, o Signore, di avere misericordia per tutte quelle volte che abbiamo ceduto al maligno per debolezza o per durezza di cuore. Ascoltaci…


BENEDIZIONE FINALE

Mentre ringraziamo il Signore per il nutrimento dell’Eucaristia , chiediamo al Signore che questa nuova forza rinvigorisca la nostra anima onde sappia sempre reagire con prontezza agli assalti del demonio.

Omelia del 17 Dicembre 2006
( 3a di Avvento)

Quello che stupisce spesso nella vita è come mai, grazie a certe coincidenze, a certi incontri casuali con determinate persone, accada nell’animo quasi una sorta di cambiamento o comunque un diverso approccio nel vivere la quotidianità dei rapporti umani.
Come è reso possibile tale cambiamento o tale diverso approccio? E’ reso possibile e accade per via di un “dinamismo particolare” che ha fatto incontrare quelle due persone: l’una, portatrice di un bisogno e l’altra, portatrice della capacità di percepirlo, accoglierlo, soddisfarlo.
Capita di frequente infatti di sentire persone riconoscere quasi con grato stupore tale “dinamismo”: “sei capitato proprio a fagiolo”, “era proprio la cosa che cercavo”, “chi l’avrebbe mai detto che da una esperienza così così fortuita potesse scaturire tutto questo”, “se non fosse stato per quell’incontro”, “eppure manco ci volevo andare a quell’incontro”.
Questo può succedere anche per la soave realtà di un’amicizia per la quale qualcuno ha scritto; “Un amico è colui che indovina sempre quando si ha bisogno di lui”… E questo non certo per sua bravura, ma per sua docilità a lasciarsi guidare proprio da quel dinamismo senza stare a porsi troppe domande:
A ben osservare con gli occhi penetranti dell’anima si arriva a constatare che gran parte delle situazioni o delle esperienze della propria vita non entrano proprio negli schemi del “calcolato”, del “programmato”, del “precostituito”; o quantomeno si arriva a constatare che una buona dose di “casualità” è sempre presente anche nelle situazioni che sembrano del tutto pensate, calcolate e programmate di persona.
E’ una sorta di “filigrana”, visibile soltanto se si osservano i fatti della propria vita in controluce (e la luce viene sempre dall’alto) a legare accadimenti, incontri, vicende a tutta prima creduti legati invece dalla propria capacità organizzativa.
Hanno quindi ragione lo scrittore francese George Bernanos a dire: “Il caso è la logica di Dio” e il matematico Albert Einstein a ribadire: “Il caso è Dio che gira in incognito”.
Ne dovrebbe scaturire quindi nell’anima un atteggiamento di riconoscenza profonda per questa “provvidenza” che prepara il “pane quotidiano” adatto a soddisfare i profondi bisogni dell’anima.
Soltanto che spesso la fretta nervosa (e spesso nevrastenica) con la quale si vivono le “coincidenze” più o meno importanti dei vari incontri, finisce per lasciare malnutrita, se non addirittura digiuna, l’anima.

Il brano del vangelo di questa 3a domenica di avvento (che tra l’altro non vede ancora Gesù in azione) può essere letto in quest’ottica di incontro casuale capace di produrre cambiamenti.
Da una parte Giovanni che, guarda caso, “venne in ogni regione intorno al Giordano a predicare il battesimo di penitenza per la remissione dei peccati” e dall’altra “le persone che accorrevano in folla a lui”.
Quale è il motore che muove Giovanni a venire al Giordano e la gente ad accorrere a lui per interrogarlo? Difficile dare a questo motore il nome di “calcolo personale”. Tanto più che il “passa parola” che induceva gente di ogni categoria sociale ad accorrere a Giovanni il battezzatore non doveva certo essere né allettante,né promettente favori e ricchezze. Anzi.
Era invece un “passa parola” che toccava le corde dell’anima a fini di ravvedimento, di penitenza per i peccati, di cambiamento di comportamento…”Andiamo da lui e lui ci dirà cosa fare”.
E quel “fare” che Giovanni esortava era un fare di faticoso cambiamento delle proprie abitudini più o meno peccaminose.
E lo attestano le risposte “operative” nuove date da Giovanni alle tre categorie di persone che si erano rivolte a lui: la risposta alla categoria della gente “comune” a cui ordina: “Colui che ha due tuniche ne dia una a chi non ne ha; e chi ha di che nutrirsi , faccia lo stesso”; la risposta alla categoria dei pubblicani (esattori delle tasse) a cui ordina: “Non esigete niente di più di quanto vi è stato fissato”; la risposta alla categoria dei soldati a cui ordina: “Non fate violenza a nessuno, né calunniate e siate contenti della vostra paga”
Con questa tre esortazioni Giovanni rispondeva al bisogno vero e profondo dell’anima che è il bisogno di Dio.
Chissà quanti tra coloro che “casualmente” incrociarono Giovanni il battezzatore se ne saranno andati delusi! Chissà quanti non avranno percepito il silenzioso gemito dell’anima assetata e affamata di Dio perché coperto dal frastuono deviante dei desideri materiali!
Ma chissà quanti avranno anche sentito dal profondo dell’anima la vibrazione della gioia per aver finalmente trovato quello che andava cercando!
E pensare che quelle di Giovanni erano soltanto richieste minimali… E’ lui infatti a dire del suo cugino Gesù, che avrebbe “casualmente” incrociato di li a poco: ”Io vi battezzo nell’acqua, ma viene Colui che è più forte di me, al quale io non sono degno neppure di sciogliere il legaccio dei suoi sandali; Lui vi battezzerà nello Spirito Santo e nel fuoco…”.
E sarà Gesù, più forte di Giovanni, a fare richieste più forti, ad alzare la posta delle richieste fino alla radicalità estrema …di lasciare tutto per il Regno di Dio.
E allora apparirà con più evidenza il fascino di quel “dinamismo misterioso” che continuerà a fare incontrare “casualmente” l’anima con il Suo Creatore…E quell’affascinante “dinamismo misterioso” ha un nome, lo Spirito Santo.

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Benedizione iniziale: nell’accingerci a celebrare questi santi misteri, invochiamo l’aiuto dello Spirito di Dio perché ci faccia attenti alle sue indicazioni e docili e solerti nel metterle in pratica per la salvezza della nostra anima

Preghiera dei fedeli

Ti preghiamo, o Signore, per la Chiesa intera, perché trovi sempre il modo di ascoltare la voce del Tuo Spirito. Ascoltaci, o Signore.
Ti preghiamo, o Signore, per tutti gli sbandati della vita, affinché trovino conforto riscoprendo i veri bisogni della loro anima. Ascoltaci, o Signore.
Ti preghiamo, o Signore, di predisporre sulla strada di chi ti cerca, magari a sua insaputa, occasioni di incontro che possano stimolare la loro conversione.
Ti preghiamo, o Signore, di non far mai mancare alla nostra anima affamata e assetata di Te, il pane quotidiano della fraternità semplice e nutriente dei rapporti umani.
Ti preghiamo, o Signore, di farci attenti alle persone che Tu ci fai incontrare sulla strada della nostra vita affinché le loro anime non vengano deluse dal nostro comportamento.


Benedizione finale: Ringraziamo il Signore per avere nutrito con la sua Parola e con il suo Pane le nostre anime e chiediamogli che questo nutrimento ci dia la forza di operare nella nostra vita quei cambiamenti che ci portano alla salvezza.